Herbert George Wells.
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L'ISOLA DEL DOTTOR MOREAU.
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Titolo originale: The Island of Dr. Moreau.
Traduzione di: Arturo Bagnoli.
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1926. Alberto Corticelli Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Questa  una opera basilare, una vera pietra miliare nella narraviva del fantastico. Pi volte riscritta e rimaneggiata da molti, e pi volte presa come spunto, in tutto o in parte per essere declinata in mille differenti trame di genere differente: dal poliziesco allo spionistico, dal fantascentifico al fantasy. A volte citata apertamente, altre volte meno, resta un insuperabile classico della narrativa per ogni et.
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L'AUTORE.
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Herbert George Wells, meglio conosciuto come H. G. Wells (Bromley, 21 settembre 1866  Londra, 13 agosto 1946),  stato uno scrittore britannico tra i pi popolari della sua epoca; autore di alcune delle opere fondamentali della fantascienza,  ricordato come uno degli iniziatori di tale genere narrativo.
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L'ISOLA DEL DOTTOR MOREAU.
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INTRODUZIONE.
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Il Primo febbraio del 1887 la nave Lady Vain, probabilmente cozzando contro un rottame galleggiante a 1 grado di latitudine sud e a 107 gradi di longitudine ovest, naufrag.
Il 5 gennaio 1888, cio esattamente undici mesi e quattro giorni dopo, a 5 gradi e 3 primi di latitudine sud e a 101 gradi di longitudine ovest, mio zio, Edoardo Prendick, che era salito a bordo della Lady Vain a Callao e che si era supposto annegato, fu raccolto su di una scialuppa scoperta. Per quanto il nome scritto sulla scialuppa fosse ormai illeggibile, si suppose che essa appartenesse ad una goletta smarritasi nello stesso periodo e nelle medesime acque: la Ipecacuanha. Egli fece un racconto cos strano delle sue avventure che lo si credette impazzito. Pi tardi afferm che nella sua mente vi era tutta una lacuna dal momento della sua fuga dalla Lady Vain. E il suo caso a quel tempo fu discusso dagli psicologi quale esempio curioso di un lapsus memoriae cagionato da uno choc fisico e mentale.
Fra le sue carte fu trovato dal sottoscritto, suo nipote ed erede, il seguente racconto senza per la minima traccia di una disposizione che lo dicesse destinato alle stampe.
L'unica terra che si sappia esistere nella regione dove fu raccolto mio zio  l'isolotto di Noble, vulcanico e disabitato.
Fu visto nel 1891 dalla Regia Nave Britannica Scorpion che vi sbarc una pattuglia di marina. Non si trov nulla di vivente eccezion fatta per certe curiose tignole bianche, per alcuni porci, conigli e topi singolarissimi dei quali per non fu catturato esemplare alcuno. Cos questo racconto resta senza conferma nel suo particolare pi importante.
Ma, a parte questo, e ritornando a mio zio, sappiamo che egli scomparve a 5 gradi circa di latitudine sud e 105 gradi di longitudine est per ricomparire nella stessa parte dell'oceano dopo undici mesi. E in questo intervallo in qualche modo egli deve aver pur vissuto!
Per aggiungere altri elementi potremo dire che una goletta a nome Ipecacuanha del capitano Giovanni Davis, partita da Arica nel gennaio del 1887 portando a bordo un puma, dei cani e certi altri animali, fu segnalata in vari porti e, dopo aver toccata Banya, scomparve nel Pacifico Australe nel dicembre del 1887, data che collima perfettamente col periodo della storia di mio zio.
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Carlo Edoardo Prendick.
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CAPITOLO 1. NELLA LANCIA DELLA LADY VAIN.
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Non  mia intenzione di aggiungere alcun che a quello che  stato scritto riguardo alla perdita della Lady Vain. Come tutti sanno, a dieci giorni di rotta da Callao essa cozz in un avanzo di nave naufragata. Sette degli uomini di bordo si rifugiarono sulla scialuppa maggiore, quattro sulla lancia. Gli uomini della scialuppa furono raccolti diciotto giorni dopo dalla cannoniera inglese Mirtla e la storia delle loro privazioni  divenuta ormai tanto nota quanto quella ben pi terribile della Medusa. Nondimeno a quello che si  stampato sull'affondamento della Lady Vain devo ora aggiungere un capitolo non meno orribile e certo di gran lunga pi singolare.
Fin qui si  creduto che i quattro uomini della lancia siano periti. Ma non  esatto e posseggo la prova migliore della mia affermazione: io ero del numero.
Ma in primo luogo debbo stabilire che non ci furono mai quattro uomini nella lancia, ma soltanto tre: Costants, che fu veduto dal capitano saltare nella scialuppa (Daily News, 17 marzo 1887), per fortuna nostra e per disgrazia sua non ci raggiunse. Scese gi di fra un groviglio di funi sotto i sostegni del bompresso frantumato e mentre spiccava il salto il suo calcagno rimase impigliato in una funicella. Per un istante stette penzoloni colla testa in gi, poi precipit e batt su un ceppo o un travicello galleggiante sull'acqua. Movemmo verso di lui ma egli non venne pi a galla.
Ho detto per fortuna nostra egli non ci raggiunse e potrei quasi aggiungere per fortuna sua. Perch non avevamo con noi che un minuscolo bariletto di acqua ed alcuni biscotti rammolliti, cos repentino era stato l'allarme, cos impreparata la nave ad un eventuale disastro. Credendo che gli uomini della lancia fossero meglio approvvigionati di noi tentammo di chiamarli. Non ci udirono ed il giorno seguente, quando, nel pomeriggio, la pioggia dirad, pi nulla potemmo sapere di loro.
Il mare era sbattuto da grandi ondate e molto dovemmo lavorare per mantenere lo schifo in grado di affrontarle. Degli altri due uomini che con me erano scampati fin l, Helmar era un passeggero come lo ero io, l'altro un marinaio di cui non so il nome, tozzo, vigoroso, balbuziente.
Per otto interi giorni andammo alla deriva rosi dalla fame e, finita che fu la provvista d'acqua, tormentati da una sete insopportabile. Al secondo giorno il mare si chet poco a poco fino a raggiungere una calma vitrea.  del tutto impossibile al lettore comune di farsi un'idea esatta di quegli otto giorni.
Dopo il primo giorno non ci parlammo che poco. Si stava ai nostri posti nella scialuppa fissando l'orizzonte con occhi che si facevano sempre pi grandi e pi truci, contando il tempo che passava, ascoltando con disperazione la debolezza che andava impadronendosi di noi.
Il sole divenne spietato. L'acqua termin al quarto giorno. Al sesto Helmar manifest a voce quel che ognuno di noi pensava. Mi opposi con ogni forza; avrei preferito forare il battello e perire tutti assieme divorati dai pescicani che ci seguivano; ma quando Helmar disse che se la sua proposta fosse stata accettata avremmo avuto da bere, il marinaio prese le sue parti.
Tuttavia non volli tirare a sorte. Durante la notte il marinaio confabul a lungo con Helmar. Io stavo a poppa col mio coltello a serramanico in pugno, quantunque sia dubbio se io avessi le qualit volute per la lotta. Solo alla mattina aderii alla proposta di Helmar. Gettammo un soldo. La sorte design il marinaio ma egli era pi forte di noi e non volle saperne. Assal Helmar mettendogli le mani addosso. Essi si abbrancarono l'un l'altro e quasi si alzarono in piedi. Io strisciai lungo il battello verso di loro, coll'intenzione di prestar aiuto ad Helmar afferrando una gamba del marinaio, ma questi incespic a cagione del beccheggio della barca ed entrambi caddero sulla sponda ruzzolando assieme fuori della scialuppa. Caddero come sassi. Mi ricordo di averne riso e di essermi poi meravigliato della mia risata.
Rimasi a giacere su una delle traverse per non so quanto tempo, pensando che se ne avessi avuto la forza avrei bevuto acqua marina e sarei impazzito per morire rapidamente. E pure mentre giacevo col, vidi, con non maggiore interessamento di quello che avrei prestato a un dipinto, una vela avanzare verso di me sulla linea dell'orizzonte. La mia mente doveva essere smarrita e pure rammento chiaramente tutto quel che accadde. Ricordo come la mia testa oscillasse a seconda del movimento delle onde e come sull'orizzonte la vela danzasse su e gi. Ma ricordo pure con eguale chiarezza che io ero persuaso di essere morto e di avere pensato quale sarebbe stato il disappunto degli uomini della vela per essere giunti troppo tardi.
Per un lasso di tempo infinito, almeno tale mi parve, giacqui con la testa sulla traversa guardando la goletta emergere dal mare.
Essa prese a volteggiare di qua e di l in larghe bordate perch navigava contro vento. Non ebbi mai il pensiero di tentare di attrarne l'attenzione. Di quello che avvenne in seguito non ricordo nulla. Rammento confusamente di essere stato tratto a bordo per la scaletta e di una faccia grossa e rubiconda piena di lentiggini, contornata da una capigliatura rossa che mi fissava al di sopra del parapetto. Ebbi pure l'impressione sconnessa di una faccia scura con occhi straordinari vicini ai miei, ma credetti ad un incubo. Parmi ricordare che qualche cosa mi fu versata fra i denti. E questo e tutto.
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CAPITOLO 2. A BORDO DE L'IPECACUANHA.
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La cabina nella quale mi trovai era angusta e piuttosto sudicia. Un uomo alquanto giovine dai capelli biondi, dai baffi setolosi color di paglia e dal labbro inferiore pendente sedeva tenendomi il polso. Per un minuto ci guardammo senza parlare. Aveva degli occhi grigi, stranamente privi di espressione.
Ad un tratto, proprio sul mio capo, si ud un rumore pari a quello di un letto di ferro che venga trascinato e il sordo ringhio rabbioso di qualche grosso animale. Nello stesso momento l'uomo parl:
Come vi sentite ora?
Credo di aver detto che mi sentivo benissimo. Non potevo ricordarmi in qual modo fossi arrivato col. L'uomo sembr leggermi nel pensiero perch disse:
Siete stato raccolto in un battello, sfinito di fame. Il nome scritto sulla scialuppa era Lady Vain e vi erano traccie di sangue sull'orlo della imbarcazione. Nel medesimo istante il mio sguardo si pos sulla mia mano scarna e ossuta, e tutta la faccenda del battello mi torn alla mente.
Prendete un po' di questo, disse, e mi porse una scatoletta di un certo ingrediente scarlatto, ghiacciato.
Aveva il sapore del sangue e mi rinvigor leggermente.
Siete stato fortunato, aggiunse, di essere stato raccolto da una nave che aveva un medico a bordo. Parlava con un po' di esitazione nella pronuncia, con un'ombra di balbuzie.
Che nave  questa? chiesi lentamente.
 un piccolo naviglio mercantile, a nome Ipecacuanha, che fa il viaggio da Arica a Callao. Non ho mai domandato da dove venga. Dal paese dei pazzi, credo. Io stesso sono un passeggero, e vengo da Arica. Quell'asino calzato che lo possiede  anche il capitano e si chiama Davis.
Qui il rumore sul mio capo ricominci, unitamente ad uni ringhio stridente, ed alla voce di un essere umano. Indi un'altra voce, che comandava a un idiota abbandonato dal cielo di smetterla.
Eravate quasi morto, disse il mio interlocutore. Sentite dolori alle braccia? Iniezioni. Siete stato insensibile per quasi trenta ore.
Io pensavo pigramente. Venni distratto dal latrato di numerosi cani.
Posso permettermi del cibo solido? chiesi.
Grazie a me, egli disse. Il castrato sta bollendo.
Ma, continu egli, dopo una leggera esitazione, sapete che muoio dal desiderio di sapere com' che eravate solo nel battello?
Credetti di scoprire nei suoi occhi un certo sospetto.
Maledetto codesto ululo!
Usc improvvisamente dalla cabina e lo udii disputare con veemenza con qualcuno, che nel rispondergli mi pareva parlasse in un gergo sconosciuto. Dal rumore che intesi mi sembr che la faccenda andasse a finire in percosse, ma per lo stato nel quale mi trovavo ritenni che le mie orecchie si ingannassero. Poi egli voci contro i cani e torn nella cabina.
Ebbene? disse sul vano dell'uscio. Stavate appunto per cominciare il vostro racconto.
Gli dissi il mio nome, Edoardo Prendick, e la mia passione per la storia naturale, passione sviluppatasi pi che altro per reazione alla noia di una vita troppo comoda e indipendente.
Ho coltivato questa scienza anch'io, ho fatto il corso di biologia all'universit e mi sono occupato di studi sull'ovaia del lombrico, sul guscio delle lumache e cose simili dieci anni fa. Ma continuate, continuate, narratemi del battello.
Era evidentemente soddisfatto della sincerit della narrazione che andavo facendo con frasi assai concise, perch mi sentivo eccessivamente debole. Quand'ebbi terminato egli torn subito sull'argomento dei suoi studi biologici. Cominci a rivolgermi domande precise riguardo a Tottenham Court Road ed a Gower Street.
Caplatzi  sempre in fiore? Che locale magnifico era!
Evidentemente era stato uno studente di medicina del genere pi comune e faceva continue scorrerie sull'argomento dei caff-concerto. Mi narr qualche aneddoto.
Ho abbandonato tutto, disse, dieci anni fa. Che allegria vi era allora! Ma non riuscii a combinar niente e dovetti abbandonare gli studi prima dei ventun anni. Son certo che tutto  diverso ora... Ma devo tener d'occhio quell'asino di un cuoco per vedere quel che sta facendo col vostro castrato.
Mentre usciva si fece sentire nuovamente quel ringhio sul mio capo, cos improvviso e con tanta rabbia selvaggia, che mi impaur.
Che  ci? gli gridai dietro. Ma l'uscio si era gi chiuso.
Ritorn portando il castrato lesso, e fui tanto eccitato dal suo odore appetitoso che dimenticai issofatto il ringhio della bestia. Dopo una giornata di sonno e di nutrimento alternati mi sentii tanto rinvigorito da poter uscire dal mio giaciglio e appressarmi alla grata. I cavalloni correvano di conserva con noi. La goletta camminava col vento in poppa.
Montgomery, questo era il nome dell'individuo dai capelli biondi, rientr ed io gli chiesi qualche capo di vestiario.
Mi prest alcuni suoi abiti. Erano piuttosto larghi per me, poich egli era grosso e aveva le membra lunghe. Mentre li indossavo cominciai a rivolgergli qualche domanda circa la destinazione della nave. Mi rispose che era diretta ad Hawaii, ma che prima doveva far scalo per lasciarlo sbarcare.
Dove? io chiesi.
In un'isola... dove io vivo. Per quel che ne so, non  ancora stata battezzata.
Mi fiss con un viso cos volontariamente stupido che mi balen il pensiero che volesse eludere le mie domande. Fui tanto discreto da non chiedergli pi nulla.
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CAPITOLO 3. IL VOLTO STRANO.
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Uscimmo dalla cabina e trovammo un uomo presso il casseretto che ci sbarrava il cammino. Stava sulla scaletta col dorso rivolto verso di noi, spiando al di sopra dell'orlo del boccaporto. Notai ch'era un individuo mal costrutto, tozzo, largo e pesante, col dorso curvo, il collo peloso e il capo incassato fra le spalle. Era vestito di saja turchina e aveva i capelli neri, ruvidi e straordinariamente grossi. Udii cani invisibili latrare furiosamente. Subito egli rincul, venne a contatto della mano ch'io avevo protesa per respingerlo e si volt con una rapidit belluina.
Non so spiegarmelo, ma quella faccia nera cos rivolta su di me mi urt profondamente. Era di una deformit strana. La parte inferiore si protendeva innanzi, e la bocca immane semichiusa mostrava denti bianchi di una grossezza che non avevo mai veduta in una bocca umana. I suoi occhi erano iniettati di sangue agli angoli, con appena un filo di bianco attorno alle pupille color nocciuola. Il suo volto era acceso da una curiosa vampa di eccitazione.
Che il diavolo ti porti, disse Montgomery, sei sempre tra i piedi!
L'uomo dalla faccia nera si butt a lato senza dir parola.
Io proseguii su per la scaletta, mentre lo tenevo istintivamente d'occhio. Montgomery si ferm in fondo un istante.
Non avete da far nulla qui, lo sapete, disse con tono risoluto. Il vostro posto  a prua.
L'uomo dalla faccia nera si chin:
Essi non mi vogliono a prua... Parlava lentamente con una voce bizzarra.
Non ti vogliono? disse Montgomery con voce minacciosa. Ma io ti dico di andarci.
Fu l per aggiungere qualcosa d'altro, poi improvvisamente guard su verso di me e mi segu sulla scaletta. Mi ero fermato a mezzo cammino traverso il boccaporto, guardando indietro ancora stupefatto della bruttezza grottesca di quella creatura dal volto nero. Non avevo mai veduto innanzi a me un viso cos ributtante e straordinario, eppure, se la contraddizione pu essere creduta, io provai l'impressione di avere veduto gi altre volte gli stessi lineamenti ed atteggiamenti che ora mi cagionavano stupore. Credetti dapprima di averlo visto allorch venni tratto a bordo. Non di meno non potevo capacitarmi come si fosse potuto gittare gli occhi su un viso cos strano ed averne dimenticata l'occasione precisa.
La mossa di Montgomery per seguirmi distrasse la mia attenzione ed io mi voltai e scrutai attorno il robusto ponte della piccola goletta. Ero gi mezzo preparato a ci che vedevo dai rumori che avevo udito. A dir vero, non avevo mai veduto un ponte di nave cos lurido. Era cosparso di avanzi di carote, di ritagli di materie verdi, e da una parafina di indescrivibile sudiciume. Legato con catene all'albero maestro v'era un branco di terribili cani mastini, che presero a balzare e a latrare contro di me, e presso l'albero di mezzana un enorme puma era costretto in una piccola gabbia di ferro, di gran lunga troppo angusta anche per offrirgli spazio bastevole per potersi voltare. Pi innanzi, sotto il parapetto di destra, vi erano alcuni giganteschi cassoni contenenti numerosi conigli, e un solitario lama era compresso dentro un solo scompartimento di gabbia a prua. I cani avevano museruole di striscie di cuoio. L'unico essere umano sul ponte era un marinaio silenzioso e sparuto presso la ruota del timone.
Le vele quadre, rattoppate e sporche, erano tese al vento e il piccolo naviglio pareva portare tutte le vele che possedeva. Il cielo era sereno, il sole a mezzo cammino sull'orizzonte d'occidente. Lunghe ondate, che il vento coronava di schiuma, correvano con noi. Oltrepassammo il timone movendo verso il castello di poppa e scorgemmo l'acqua avanzarsi spumeggiante sotto la murata e le bolle di schiuma danzare e sparire nella scia della nave. Mi voltai ed esaminai il ponte ingombro d'animali e di lordure.
 un serraglio oceanico? chiesi.
Ne ha l'aspetto, rispose Montgomery.
Che si pensa di farne di queste bestie? Merce? Crede il capitano di poterne vendere in qualche porto dei mari del Sud?
Pare! disse Montgomery e si volt di nuovo indietro. D'un tratto udimmo un latrato e una scarica furibonda di bestemmie uscire dal boccaporto e vedemmo l'uomo deforme dalla faccia nera venir su a precipizio. Era seguito da presso da un grosso individuo dai capelli rossi che portava un berretto bianco. Alla vista del primo i mastini, i quali si erano stancati di abbaiare contro di me, furono presi da nuovo furore e si misero ad ululare ed a dare violenti strattoni alle loro catene. L'uomo nero ebbe un istante di esitazione dinanzi ad essi. L'individuo dai capelli rossi ebbe il tempo di raggiungerlo e di assestargli una tremenda botta fra le scapole. Il povero diavolo cadde come un bue colpito da una mazzata e ruzzol nel sudiciume fra i cani furibondi. Buon per lui che essi avevano la museruola. L'uomo dai capelli rossi diede in una esclamazione di esultanza e si ferm titubante, incerto se tornarsene gi per il boccaporto o avanzarsi sulla sua vittima.
Non appena il secondo individuo era comparso, Montgomery si era mosso di scatto. Fermatevi! url con accento di rimprovero. Un paio di marinai si mostrarono sul castello di prua.
L'uomo dalla faccia nera, urlando con voce strana, ruzzolava qua e l fra le zampe dei cani. Nessuno tent soccorrerlo. Vi fu una danza furibonda di agili corpi grigi sulla figura inerte e supina. I marinai vociavano divertiti. Montgomery proruppe in una esclamazione di collera e discese a grandi passi dal ponte. Io lo seguii.
Un momento dopo l'uomo dalla faccia nera si era rimesso in piedi e si avanzava barcollando. Sbatt contro il parapetto presso le sorbe di maestra, dove rimase anelante e sbirciando colla coda dell'occhio i cani. L'uomo dai capelli rossi rideva di un riso soddisfatto. Guardate capitano, disse Montgomery balbettando un po' pi del solito e pigliando per i gomiti l'uomo dai capelli rossi, questo non va.
Io stavo dietro Montgomery. Il capitano fece un mezzo giro su s stesso e lo squadr cogli occhi stupidi e solenni di un ubbriaco.
Che cosa non va? disse dopo aver fissato con occhi sonnolenti il volto di Montgomery per un minuto. Con mossa repentina si liber le braccia e si ficc i pugni lentigginosi nelle tasche.
Quell'uomo  un passeggero, disse Montgomery. Vi consiglio di non toccarlo.
Andate all'inferno! disse il capitano sbraitando. E fece un voltafaccia improvviso avviandosi barcolloni verso il fianco della nave. Faccio quel che mi pare sulla mia nave.
Io penso che Montgomery avrebbe potuto lasciarlo vedendo che il bruto era ubbriaco. Ma egli non si fece che un tantino pi pallido e segu il capitano verso il parapetto.
Guardate, capitano, disse. Quell'uomo  mio e non deve essere maltrattato.  stato perseguitato fin dal primo momento che  salito a bordo.
Per un momento i fumi dell'alcool impedirono al capitano di dire parola.
Animale! fu tutto quello ch'egli ritenne necessario ripetere.
Potei constatare che Montgomery possedeva uno di quei temperamenti lenti e pertinaci che vanno giorno per giorno alimentando un odio che non abbandonano pi mai e constatai pure come questa contesa fosse venuta addensandosi da qualche tempo.
L'uomo  ubbriaco, gli dissi, forse per cortesia;, non fate bene a insistere.
Montgomery torse malamente il suo labbro penzolante.
 sempre ebbro. Credete che sia questa una scusa per aggredire i suoi passeggeri?
La mia nave, prese a dire il capitano agitando fiaccamente la mano verso le gabbie, era una nave pulita. Guardatela ora.
Avete acconsentito a prendere le bestie.
Vorrei non aver mai veduto la vostra isola infernale. A quale scopo, diavolo!... occorrono bestie per un'isola come quella? Poi quel vostro individuo..  un pazzo.
I vostri marinai cominciarono a perseguitare quel povero diavolo non appena ebbe messo piede a bordo.
 un diavolo, un brutto diavolo.  proprio il suo nome. I miei uomini non possono tollerarlo. Nessuno di noi pu tollerarlo. E nemmeno voi.
Montgomery gli volt le spalle.
Ad ogni modo, lasciate stare quell'uomo.
Ma il capitano sembrava voler continuare la contesa. Alz la voce.
Se egli ritorna da questa parte della nave gli caver le budella, ve lo dico io. Gli trarr fuori tutte le sue viscere fetenti! Chi siete voi da suggerirmi quel che io debba fare? Ve lo ripeto, solo io sono capitano della nave. Capitano e proprietario. Qui io sono la legge, la legge e i profeti. Io ho pattuito di pigliare un uomo e il suo assistente da e per Arica e di trasportare alcuni animali. Non ho mai contrattato di portare un diavolo matto e un animale, un...
Non ripeter l'epiteto ch'egli rivolse a Montgomery. Vidi quest'ultimo avanzare di un passo e m'intromisi.
 ubbriaco, dissi.
Il capitano prese ad insultare anche pi trivialmente di prima.
Basta! gridai rivolgendomi bruscamente verso di lui.
Avevo intuito il pericolo dalla faccia bianca di Montgomery. Con questa mossa attirai la scarica su di me.
Tuttavia fui lieto di aver evitata una rissa anche a prezzo dell'ostilit del capitano avvinazzato. Non credo di aver mai udito tante parole volgari uscir dalle labbra di un uomo sebbene abbia frequentato assai spesso compagnie eccentriche. Ne trovai qualcuna dura da sopportare, bench io sia un uomo di carattere mite. Ma certamente quando dissi al capitano di finirla, avevo dimenticato di non essere che un brandello errante di umanit, tagliato fuori dal mondo, di non aver pagato il viaggio, di essere in balia della generosit o dell'egoismo del padrone. Ed egli mi ramment questo fatto con voce vibrata. Ma ad ogni modo evitai una lotta.
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CAPITOLO 4. MONTGOMERY PARLA.
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Quella sera, dopo il tramonto, fu avvistata la terra e la goletta vir verso di essa. Montgomery dichiar che quella era la sua meta. Era troppo lontana per poterne scorgere i particolari; in quel momento mi parve semplicemente una macchia bassa di azzurro fosco nell'incerto grigio-azzurro del mare. Una striscia di fumo quasi verticale saliva nel cielo.
Il capitano non era sul ponte quando fu avvistata. Dopo aver dato sfogo alla sua collera con me era sceso barcollando di sotto e mi si disse che era andato a dormire sul pavimento della sua cabina. Il secondo assunse il comando. Era quell'individuo magro e taciturno che avevamo visto al timone.
A quanto parve, anch'egli era di malumore con Montgomery e non fece la menoma attenzione a noi. Pranzammo con lui in un silenzio tedioso, dopo alcuni sforzi senza risultato da parte mia per conversare. Mi colp il fatto che i marinai guardavano il mio compagno e le sue bestie in un modo stranamente ostile. Trovai Montgomery molto discreto circa il suo scopo e rispetto alla sua destinazione e, bench mi sentissi pungere da una crescente curiosit, non gli feci domanda.
Rimanemmo a chiacchierare sul cassero finch il cielo non fu ricoperto di stelle. Tranne qualche rumore sul castello di prua tutto rischiarato di luce gialla, e a quando a quando i movimenti degli animali, tutto intorno a noi era calma. Il puma giaceva accoccolato su s stesso, guardandoci con occhi splendenti. I cani parevano addormentati. Montgomery estrasse alcuni sigari.
Mi parl di Londra in un tono di rimpianto, facendo ogni sorta di domande sui cambiamenti che vi si erano operati. Parlava come un uomo che aveva condotto l una buona esistenza, e che ne era stato strappato d'improvviso e irrevocabilmente. Io chiacchierai meglio che potei di cose varie. Per tutto quel tempo la stranezza di lui occup la mia mente e mentre parlavo, spiavo il suo bizzarro viso pallido alla luce fosca della lanterna della bussola. Mossi lo sguardo verso il mare oscurantesi. La sua piccola isola era celata fra la foscha.
Mi pareva che quest'uomo fosse uscito dall'immensit solo per salvare la mia vita. Domani sarebbe calato gi dalla nave e sarebbe di nuovo sparito dalla mia esistenza. Anche in circostanze meno strane la cosa mi avrebbe dato da pensare, ma inoltre c'era la singolarit di un uomo vivente su di un isolotto sconosciuto, e ancora, la natura straordinaria del bagaglio. Mi trovai a ripetere la domanda del capitano: Che ne avrebbe fatto delle bestie? E perch quando dapprima avevo fatto qualche osservazione che le riguardava aveva detto che non erano sue?
E poi quel suo assistente personale era un individuo bizzarro che mi aveva fatto profonda impressione. Queste circostanze, che gittavano un velo di mistero attorno all'uomo, si impadronirono della mia fantasia e m'ingarbugliarono la lingua.
Verso mezzanotte la nostra conversazione su Londra si spense, e noi rimanemmo fianco a fianco poggiati al parapetto, fissando trasognati il mare silenzioso rischiarato dalle stelle, ognuno di noi seguendo il corso dei propri pensieri.
L'atmosfera invitava al sentimento ed io incominciai con l'esternargli la mia gratitudine.
Permettetemi di ringraziarvi, dissi dopo un po' di tempo. Mi avete salvato la vita.
Il caso, egli rispose, non altro che il caso.
Preferisco essere riconoscente al suo strumento.
Non ringraziate alcuno. Voi avevate bisogno di soccorso, ed io vi ho fatto delle iniezioni e vi ho nutrito. Ero annoiato e desideravo qualche novit. Se quel giorno fossi stato seccato o non mi fosse piaciuto il vostro viso, non so dove sareste ora.
Queste parole calmarono un po' le mie simpatie.
Ad ogni modo.... cominciai.
 il caso, ve lo dico io, m'interruppe, come  il caso ogni cosa nella vita dell'uomo. Soltanto gli asini non vogliono capirla. Perch sono qua io ora, bandito dalla civilt, invece di essere un uomo felice e gustare tutti i piaceri di Londra? Semplicemente perch, undici anni fa, in una notte di nebbia io perdetti la testa per dieci minuti. S'arrest.
Ebbene? interrogai.
 tutto!
Ripiombammo nel silenzio. Dopo un istante proruppe in una risata.
V' qualcosa in questa luce stellare che scioglie la lingua. So di essere un imbecille, eppure mi piacerebbe narrarvi una storia.
Qualunque cosa mi diciate, potete fare assegnamento sulla mia discrezione... se tutto dipende da ci.
Egli fu l l per cominciare, ma poi scosse la testa dubbioso.
Tacete, gli dissi, dopo tutto  meglio che conserviate il vostro segreto. Per me  la stessa cosa. Voi non guadagnereste che un po' di sollievo.
Egli brontol indeciso. Sentii che lo avevo conquistato, che l'avevo sorpreso in vena di indiscrezione: ma per dire il vero, non ero punto curioso di sapere il motivo che aveva spinto fuori di Londra un giovane studente di medicina. Diedi un'alzata di spalle e gli voltai la schiena. Sovra il parapetto di poppa stava appoggiata una figura nera silenziosa che mirava le stelle. Era lo strano domestico di Montgomery. Ai miei movimenti guard rapidamente indietro, poi volse di nuovo gli occhi.
Forse a voi potr sembrare una cosa insignificante, ma a me fece impressione.
L'unica luce a bordo era una lanterna presso la ruota del timone. Il volto di quella creatura usc per un breve istante dalla tenebra di poppa verso quella luce ed io vidi gli occhi che mi guardavano risplendere di un pallido chiarore verde. Allora io non sapevo che lo splendore rossiccio non  straordinario negli occhi umani. Quel riflesso verde mi parve addirittura fuor dell'umano. La figura nera, coi suoi occhi di fuoco, mise sossopra tutti i miei pensieri e sentimenti di adulto, e per un momento gli orrori dimenticati della fanciullezza risorsero nella mia mente. Poi tutto pass come era venuto. Non vidi che una figura bizzarra nera di uomo, una figura di niuna importanza speciale, che si protendeva sovra il parapetto, contro la luce stellare, ed udii la voce di Montgomery.
Penso che si potrebbe entrare.
Risposi evasivamente. Scendemmo di sotto e, presso l'uscio della mia cabina, egli mi augur la buona notte.
Quella notte la luna si alz tardi. La sua luce saettava un debole raggio bianco spettrale traverso la cabina, creando un'ombra sinistra sul pavimento presso il mio giaciglio. Poi si destarono i mastini e cominciarono a ululare ed a latrare. Ebbi incubi bizzarri e non pigliai sonno se non all'annunciarsi dell'alba.
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CAPITOLO 5. L'UOMO SENZA META.
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La mattina per tempissimo, la seconda dopo la mia guarigione e credo la quarta dal salvataggio, mi svegliai dopo una ridda di sogni selvaggi, sogni di cannoni e di folle ululanti e sentii un vociare fioco sopra di me. Mi fregai gli occhi, stetti in ascolto domandandomi dove mi trovassi. Udii un improvviso scalpiccio di piedi nudi, il rumore di pesanti oggetti trascinati, un violento stridere e cigolare di catene. La nave vir ad un tratto di bordo e un'ondata verde gialla orlata di schiuma s'abbatt sulla finestruccia tonda e la lasci gocciolante. Mi vestii in fretta e salii sul ponte.
Mentre percorrevo la scaletta vidi contro il cielo rosseggiante (il sole stava appunto levandosi) la schiena larga e i capelli rossi del capitano e al di sopra delle sue spalle la gabbia del puma che dondolava legata alla gomena della vela di mezzana.
La povera bestia pareva tutta terrorizzata e stava rannicchiata sul fondo.
Fuori di qui quelle bestie! strillava il capitano. Fuori di qui tutte. Faremo presto pulizia completa qui di tutto il branco.
Egli mi sbarrava il passo, cosicch dovetti per forza battergli sulle spalle per uscire sul ponte. Gir su s stesso con un balzo e fece barcollando alcuni passi indietro per squadrarmi. Non occorreva occhio esperto per dire che l'individuo era ancora ebbro. Oh! disse stupidamente e poi con una luce subita negli occhi, ma,  il signor... il signor?
Prendick, dissi.
Prendick siate maledetto! esclam. Basta, questo  il vostro nome. Signor Basta.
Non valeva la pena di rispondere a quel bruto. Ma io certamente non potevo prevedere il tiro che stava preparando. Protese la mano verso la passerella di sbarco presso la quale stava Montgomery, confabul con un uomo dai capelli bianchi, salito evidentemente allora allora, poi rivolgendosi a me ed indicandomi la passerella grid:
Quella  la strada, fetente signor Basta, quella.
Montgomery ed il suo compagno si voltarono mentre egli gridava.
Che volete dire, chiesi.
Quella  la strada, fetente signor Basta, ecco quello che voglio dire. Fuori dalla nave signor Basta e presto. Faremo pulizia in tutto e presto su tutta questa benedetta nave. E voi andrete fuori della nave.
Lo fissai confuso. Quindi mi travers la mente il pensiero che quello era proprio quanto desideravo.
La prospettiva di un viaggio con codesto beone attaccabrighe, non era tale da potersi rimpiangere qualora si fosse dileguata.
Mi volsi verso Montgomery.
Non possiamo pigliarvi, disse concisamente il compagno di Montgomery.
Non potete pigliarmi! diss'io sgomento... Il nuovo venuto aveva il volto pi autoritario e risoluto che avessi mai visto.
Guardate, cominciai, voltandomi verso il capitano.
Fuori della nave, conferm il capitano. Questa nave non  fatta per bestie e cannibali. Fuori della nave andrete... Signor Basta. Se loro non possono pigliarvi, andrete alla ventura. Ma ad ogni modo voi scenderete coi vostri amici. Non voglio mai pi aver a che fare con questa maledetta isola! Ne, ho avuto abbastanza.
Ma, Montgomery! implorai.
Egli torse il suo labbro inferiore e con un cenno del capo in segno di disperazione mi indic l'uomo dai capelli bianchi che gli stava accanto, per dimostrarmi la sua impotenza ad assistermi.
Fra poco vi aggiuster io, disse il capitano.
Allora cominci un curioso alterco a tre voci. Alternativamente mi rivolgevo all'uno e all'altro dei tre uomini, prima all'uomo dai capelli bianchi perch mi lasciasse sbarcare, poi al capitano ubbriaco perch mi tenesse a bordo. Mi rivolsi pure con alte implorazioni ai marinai. Montgomery non proffer mai una parola; si limitava a scuotere la testa.
Voi andrete fuori della nave, ve lo dico io, era il ritornello del capitano... Al diavolo la legge. Qui il re sono io.
Alla fine, devo confessarlo, la mia voce eruppe in una risoluta minaccia. Mi sentii percorrere da una ondata di infrenabile furore e mi trassi indietro fissando gli occhi ferocemente nel vuoto.
Frattanto i marinai scaricavano rapidamente i colli e gli animali ingabbiati. Una grossa lancia con due vele issate si cullava a sottovento della goletta e quello strano assortimento di mercanzie le veniva lanciato dentro. In quel momento non vidi gli uomini dell'isola che ricevevano quei colli, perch il ponte dell'imbarcazione era nascosto alla mia vista dal fianco della goletta.
N Montgomery n il suo compagno si davano alcun pensiero di me, ma si affaccendavano nell'aiutare e dirigere i quattro o cinque marinai che scaricavano le mercanzie. Il capitano si fece innanzi riuscendo pi d'inciampo che d'aiuto. Io ero contemporaneamente abbattuto e furibondo. Per una volta o due, mentre stavo l aspettando passivamente lo svolgersi degli eventi, non potei trattenere un impeto di riso per la mia lacrimevole situazione. Sentii tutto il disagio di trovarmi a stomaco vuoto. La fame e la mancanza di globuli rossi tolgono all'uomo ogni virilit. Capivo che non avrei avuto l'energia di resistere a quel qualsiasi mezzo che il capitano avesse scelto per espellermi o di impormi a Montgomery e al suo compagno. Attesi passivamente il mio destino mentre il lavoro di scarico delle mercanzie proseguiva senza che me ne dessi conto.
Quel lavoro volse in breve a fine ed allora fui trascinato non opponendomi che assai debolmente, verso la scaletta. Notai la stranezza della faccia bronzea degli uomini che erano con Montgomery nella lancia. Questa ora era sovracarica e fu allontanata dalla nave in fretta. Un largo gorgo di acqua verde apparve sotto di me e io rinculai con tutta la mia forza per evitare di cadere a capofitto.
Gli uomini della lancia emettevano urla di scherno ed udii Montgomery maledirmi. Il capitano, il secondo e uno dei marinai che li aiutava, mi trassero di corsa verso poppa. Il canotto della Lady Vain era stato tratto a rimorchio dietro la nave; era per met pieno d'acqua, senza remi, e addirittura privo di qualsiasi provvigione. Ricusai di entrarvi, e mi buttai lungo disteso sul ponte. Alla fine riuscirono a calarmi per forza nella barchetta.
Recisero la gomena e mi abbandonarono alla ventura.
Mi allontanai lentamente dalla goletta. Con una specie di torpore scorsi tutti gli uomini dell'equipaggio accingersi tranquillamente alla manovra e piano piano la nave gir per pigliar vento. Le vele palpitarono, poi si gonfiarono. Fissai con occhi smarriti il fianco della nave battuto dalle onde che si inclinava e sollevava verso di me per scomparire poco dopo dalla mia visuale.
Non volsi neppure il capo per seguirla: stentavo a credere a quello ch'era accaduto. Mi accoccolai sul fondo del canotto, intontito, fissando con occhi confusi il vuoto mare oleoso.
Guardando indietro al di sopra della sponda del mio schifo vidi la goletta lontana da me, col capitano dai capelli rossi che mi scherniva dall'alto del castello di poppa; e, volgendomi verso l'isola, vidi la lancia farsi sempre pi piccola man mano si accostava alla riva.
Bruscamente la crudelt di questo abbandono si fece chiara nella mia mente. Non avevo mezzi per raggiungere la terra salvo che il caso non mi ci avesse portato.
Ero ancora debole per il pericolo corso nel battello, a stomaco vuoto ed estenuato. Comunque fosse, io cominciai improvvisamente a gemere ed a piangere come non avevo mai fatto quand'ero bimbo. Le lagrime mi rigavano il volto. In un impeto di disperazione presi a menar pugni sull'acqua raccolta nel fondo del battello e a sferrar calci furiosi al parapetto. Pregai Iddio ad alta voce perch mi facesse morire.
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CAPITOLO 6. I MARINAI DALL'ASPETTO SINISTRO.
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Ma gli isolani, vedendo che io ero realmente in balia delle onde, ebbero compassione di me. La scialuppa andava lentamente verso oriente accostandosi obliquamente all'isola. Ad un tratto con profondo sollievo notai che la lancia virava di bordo e tornava verso di me. Mentre si avvicinava potei distinguere il compagno di Montgomery dalle larghe spalle e dai capelli bianchi seduto a poppa stretto fra i cani ed alcune casse da imballaggio. Mi guardava fisso senza muoversi e senza parlare. Pure lo storpio dalla faccia nera mi fissava con occhi lucenti. V'erano sulla lancia altri tre tipi dall'aspetto belluino contro i quali i mastini ringhiavano selvaggiamente. Montgomery, che era al timone, guid il battello fino alla scialuppa e levandosi in piedi gett una gomena che assicur alla poppa per rimorchiarmi, perch a bordo con lui non v'era pi posto.
Intanto io ero uscito dalla mia crisi di abbattimento e quando fui vicino risposi al saluto di Montgomery con bastevole energia. Gli mostrai come il canotto fosse quasi sommerso ed egli mi porse un secchio. Per un p di tempo mi occupai di vuotare in mare parte dell'acqua che aveva invaso il canotto.
Solo dopo che ebbi finito il mio lavoro ebbi agio di esaminare di nuovo le persone che stavano nella lancia.
M'accorsi che l'uomo dai capelli bianchi mi guardava ancora con insistenza e insieme con qualche perplessit.
Allorch i miei occhi incontrarono i suoi, egli abbass lo sguardo sul mastino che gli stava fra le ginocchia. Come ho gi detto, era un individuo di vigorosa struttura, con una bella fronte e lineamenti piuttosto tristi; ma i suoi occhi avevano sulle ciglia quello strano afflosciamento della pelle che spesso si manifesta col volger degli anni. Gli angoli cadenti della sua bocca poi, mi offrivano l'espressione di una pugnace risolutezza. Egli parlava con Montgomery in un tono troppo basso perch potessi udirlo. Da lui i miei occhi si spostarono sui tre uomini, che formavano un ben strano equipaggio. Non vidi che i loro volti, pure in essi vi era qualcosa, non sapevo che fosse, che mi procurava uno strano senso di disgusto. Continuai a guardarli, ma quell'impressione non si dilegu, bench non comprendessi qual ne fosse la cagione. Le loro membra erano bizzarramente avvolte in una specie di stoffa bianca, sottile e sudicia, gi gi fino alle dita dei piedi. Non ho mai veduto prima d'allora uomini tanto infagottati e donne cos ne ho viste solo in Oriente. Essi portavano il turbante sotto il quale i loro volti spettrali dalle mascelle inferiori protese e dagli occhi brillanti spiavano verso di me. Avevano capelli neri, irti quasi come crini di cavallo, e, seduti, pareva superassero in statura qualunque razza d'uomini ch'io avessi mai veduto. L'uomo dai capelli bianchi, che io sapevo essere alto sei piedi buoni, cos seduto, era pi basso di una testa di ognuno dei tre. In seguito constatai che in realt niuno di essi era pi alto di me, ma i loro corpi erano di una lunghezza enorme, ed avevano coscie corte e contorte in un modo curioso. Comunque fosse, essi formavano un gruppo di rara bruttezza. Sopra il loro capo, sotto la vela anteriore, spiava la faccia nera dell'uomo i cui occhi scintillavano nel buio.
Mentre stavo cos guardandoli, essi incontrarono il mio sguardo ed allora prima l'uno poi un altro si sottrassero alla mia vista diretta e si diedero a sbirciarmi in modo furtivo. Ebbi il dubbio d'essere seccante e rivolsi la mia attenzione all'isola alla quale andavamo accostandoci.
Era bassa e coperta da una fitta vegetazione, formata precipuamente da una specie di palma che mi era nuova. In un punto un sottile filo bianco di fumo si elevava obliquamente ad un'enorme altezza sfaldandosi poi come lanuggine. In quel momento eravamo fra le estremit di una larga insenatura formata da una bassa punta di terra. La riva era di sabbia grigia di un color fosco e s'inoltrava a ripido pendo fino ad una cresta, a forse sessanta o settanta piedi sul livello del mare, adorna qua e l di alberi e di cespugli. A mezza costa vi era un recinto quadrato di pietre di vario colore, che in seguito constatai essere costruito in parte di corallo e in parte di lava di pomice. Due tetti coperti di stoppia spuntavano dall'interno del recinto.
Sulla riva un uomo ci aspettava. Mentre eravamo ancora molto lungi, credetti vedere un'altra creatura dall'aspetto grottesco dileguarsi fra la boscaglia, ma avvicinandoci la persi di vista. L'uomo in attesa era di corporatura media con una faccia di negro, bocca larga, quasi senza labbra, braccia straordinariamente magre, piedi lunghi e sottili, gambe arcuate. Colla sua faccia pesante protesa innanzi teneva occhi fissi su di noi. Vestiva, come Montgomery ed il suo compagno dai capelli bianchi, giubba e pantaloni di saja turchina. Al nostro avvicinarsi, prese a correre qua e l sulla riva, facendo i movimenti pi grotteschi.
Su ordine di Montgomery i quattro uomini della lancia balzarono in piedi con atteggiamenti goffi e ammainarono le vele.
Montgomery pilot abilmente la scialuppa penetrando in un angusto bacino scavato nella spiaggia.
L'uomo sulla sponda mosse in fretta verso di noi. Il bacino, come io l'ho denominato, non era in realt che un fosso di una lunghezza appena sufficiente, a quella fase della marea, per accogliere la scialuppa.
Udii la prora dare in secco nella sabbia, staccai il canotto dal timone della scialuppa e presi terra. I tre uomini inturbantati si calarono con mosse sgraziate sulla sabbia e subito si accinsero a sbarcare il carico, aiutati dall'altro che era sulla riva. Io fui in ispecial modo colpito dalle movenze curiose delle gambe dei tre marinai avviluppati e fasciati. Non erano rigide, ma contorte in modo strano, quasi non avessero le giunture al loro giusto posto. I cani ringhiavano sempre e quando l'uomo dai capelli bianchi sbarc con essi, tiravano le loro catene per inseguire i quattro lavoratori.
I tre individui si parlavano l'un l'altro con strani accenti gutturali e l'uomo che ci aveva attesi sulla riva interloquiva con una certa eccitazione in lingua straniera. Avevo gi udito una voce simile in qualche luogo ma non potevo ricordarmi dove. L'uomo dai capelli bianchi stava imperterrito fra il baccano dei sei cani e urlava ordini superando il loro inferno. Montgomery, avendo levato il timone, prese terra e tutti si accinsero al lavoro di scarico. Io ero troppo debole, a causa del lungo digiuno, per poter offrire qualche aiuto.
Dopo un po' l'uomo dai capelli bianchi parve rammentarsi della mia presenza e si accost a me.
Dal vostro aspetto, disse, pare che non abbiate fatto colazione.
I suoi occhi formavano una brillante macchia nera sotto le folte ciglia.
Devo farvi le mie scuse. Ora voi siete nostro ospite, e noi dobbiamo provvedere a voi quantunque, come ben sapete, non siate stato invitato.
E mi guard arditamente in faccia.
Montgomery m'informa che siete un uomo colto, signor Prendick, che siete versato nelle scienze.
Gli raccontai di avere frequentato per alcuni anni il Collegio Reale delle Scienze e compiuta qualche ricerca in biologia sotto Huxley. A queste parole sollev lievemente le ciglia.
Ci modifica un po' il caso, signor Prendick, disse con la maggiore urbanit. Siamo tutti biologi qui. Quest' una stazione biologica speciale. Il suo occhio si ferm sugli uomini vestiti di bianco che erano affacendati a tirare il carico, su rulli, verso il cortile cinto di mura.
Almeno io e Montgomery, soggiunse. Poi: Non posso dire quando potrete andarvene di qui. Siamo lungi dalle vie battute. Vediamo una nave una volta all'anno o press'a poco.
Mi lasci bruscamente e risal la sponda, oltrepassando il gruppo, e credo entrasse nel recinto. Gli altri due uomini stavano con Montgomery ammonticchiando gli involti pi leggeri su un piccolo carrello a ruote. Il puma era ancora sulla lancia coi cassoni dei conigli; i mastini rimanevano legati alle traverse.
Terminato il carico tre uomini si diedero a spingere il carrello e Montgomery li lasci dirigendosi verso di me. Mi porse la mano. Per parte mia, disse, sono lieto. Quel capitano era un solenne somaro. Vi avrebbe lasciato in una situazione molto critica.
Siete stato voi a salvarmi nuovamente, risposi.
Pu darsi. Troverete quest'isola un luogo diabolicamente strano, ve l'assicuro, Se fossi ne' vostri panni, avrei occhio ad ogni mio passo. Egli...
Esit, e parve mutare opinione su ci che stava per dirmi.
Vorrei che mi aiutaste con questi conigli.
Entrai nell'acqua con lui e lo aiutai a tirare a riva uno dei cassoni. Appena fu a terra Montgomery ne apr l'usciolo e capovolgendo la cassa ne vuot il contenuto vivente al suolo.
Caddero in massa l'uno sull'altro. Il mio ospite batt ripetutamente le mani e le bestiole spaventate si posero in fuga lungo la riva.
Crescete e moltiplicate, amici miei, disse Montgomery, riempite l'isola. Finora abbiamo avuto una certa scarsezza di carne.
Mentre li guardavo dileguarsi, l'uomo dai capelli bianchi ritorn con un fiasco di acquavite e alcuni biscotti.
Un po' di cibo per tirare innanzi, Prendick, disse in tono di gran lunga pi familiare di prima.
Non feci molte chiacchiere. Presi e divorai i biscotti, mentre l'uomo dai capelli bianchi aiutava Montgomery a liberare un'altra ventina di conigli. Tre cassoni vennero inviati verso casa col puma. L'acquavite non la toccai perch sono astemio.
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7. LA PORTA CHIUSA.
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Il lettore comprender facilmente come ogni cosa m'apparisse strana. La mia posizione altro non era che il risultato di straordinarie avventure che io non avevo possibilit di discernere esattamente l'una dall'altra e ci che accadeva a me d'intorno non era certo atto a tranquillarmi.
Seguii il llama su per la riva e fui raggiunto da Montgomery che mi preg di non entrare nel recinto. Notai allora che il puma nella sua gabbia e il cumulo dei pacchi erano stato collocati fuori dell'ingresso del recinto.
Mi voltai e scorsi che la lancia era gi stata scaricata, tratta fuori dall'acqua e trascinata sulla spiaggia, che l'uomo dai capelli bianchi camminava verso di noi. Egli interpell Montgomery.
E ora viene il problema di questo ospite non invitato. Che ne faremo di lui?
Egli sa qualche po' di scienza, disse Montgomery.
Non vedo l'ora di mettermi al lavoro con questo materiale nuovo, disse l'uomo dai capelli bianchi, accennando verso il recinto. I suoi occhi si fecero pi brillanti.
Lo credo, soggiunse Montgomery in un tono tutt'altro che cordiale.
Ma, e Prendick? non possiamo certo sciupare il tempo per fabbricargli una nuova capanna. E certamente non potremo metterlo immediatamente a parte dei nostri segreti accogliendolo con noi di l.
Sono nelle vostre mani, diss'io.
Non avevo alcuna idea di quel ch'egli volesse dire con di l.
Ho pensato anch'io alle stesse cose, rispose Montgomery. c' la mia camera colla porta che d sull'esterno...
Ecco trovato, disse prontamente l'uomo pi anziano guardando Montgomery; e tutti e tre ci avviammo verso il recinto. Sono dolente di dover conservare un segreto, signor Prendick, ma rammenterete che non siete stato invitato. Il nostro piccolo stabilimento racchiude qualche segreto. Nulla di veramente terribile per un uomo sano. Ma per il momento non vi conosciamo ancora.
Certo, diss'io, sarei ben matto ad offendermi del vostro riserbo.
La bocca del mio ospite si torse in un debole sorriso compiaciuto. Oltrepassammo l'ingresso principale del recinto, un pesante portone di legno corazzato di ferro e chiuso a chiave, dietro il quale era stato accatastato il carico della lancia.
All'angolo vi era una piccola porticina che prima avevo notata. L'uomo dai capelli bianchi lev un mazzo di chiavi dalla tasca della sua untuosa giubba turchina, apr la porta ed entr. Le sue chiavi e la complicata chiusura del luogo mi impressionarono.
Io lo seguii e mi trovai in una stanzuccia arredata di mobili comuni ma non scomodi, e coll'uscio interno, leggermente socchiuso, che si apriva su un cortile lastricato. Montgomery chiuse subito l'uscio interno. Un'amaca era tesa traverso l'angolo pi scuro della stanza e una finestrella priva di vetri, difesa da una sbarra di ferro, guardava verso il mare.
Questa, mi disse l'uomo dai capelli bianchi, sar la vostra abitazione e l'uscio interno, che per tema di spiacevoli incidenti chiuder a chiave dalla altra parte, segner il vostro confine.
Attrasse la mia attenzione su una comoda poltrona posta dinnanzi alla finestra e su una fila di vecchi libri. Vi trovai opere di chirurgia ed edizioni di classici greci e latini.
Usc dalla camera per la porta esterna quasi volesse evitare di aprire un'altra volta quella interna.
D'ordinario noi pigliamo qui dentro i nostri pasti, mi disse Montgomery; poi, come preso da un dubbio subitaneo, segu l'altro.
Moreau! l'udii chiamare senza prestare per il momento soverchia attenzione a queste sillabe.
Ma un momento dopo, mentre esaminavo i libri, mi si riaffacciarono alla memoria. Dove potevo aver udito questo nome?
Mi sedetti davanti alla finestra e cominciai a mangiare con appetito i pochi biscotti che mi erano ancora rimasti.
Moreau?
Attraverso la finestra scorsi uno di quei misteriosi uomini vestiti di bianco che trascinava una cassa di mercanzia lungo la sponda. Dopo un po' il telaio della finestra lo nascose. Allora udii una chiave che veniva introdotta e girata nella toppa dietro di me. Dopo brevi momenti intesi attraverso la porta chiusa il ringhio dei mastini ch'erano stati trasportati su dalla riva in quel momento. Non latravano ma sbuffavano e grugnivano in modo curioso. Udivo il loro calpestio rapido e la voce di Montgomery che li acquetava.
Ero molto ma molto impressionato dal gran mistero di quei due uomini e per alcun tempo pensai alla inspiegabile famigliarit del nome di Moreau. Ma la memoria umana  tanto capricciosa che non seppi richiamare alla mente per quali rapporti quel nome mi era ben noto.
Nel procedere rapido dei pensieri questi si fissarono sulla stranezza indefinibile dell'uomo deforme e fasciato di bianco che avevo visto sulla spiaggia. Non avevo mai veduto una simile andatura n movimenti cos strani. Rammentai che nessuno di questi uomini m'aveva rivolta la parola bench in certi momenti mi guardassero in maniera furtiva e tutta speciale, dissimile assolutamente dallo sguardo dei genuini selvaggi. Avrei desiderato conoscere che lingua parlassero. Sembravano tutti singolarmente taciturni e, quando parlavano, lo facevano con voce rozza. Che avevano dunque d'insolito? Gli occhi del ripugnante servo di Montgomery mi tornavano alla mente.
Mentre pensavo a lui, entr. Era vestito di bianco e portava un piccolo vassoio con sopra del caff e dei legumi cotti. A mala pena seppi reprimere un fremito di ribrezzo quando mi si appress inchinandosi umilmente e collocando il vassoio davanti a me sulla tavola.
Osservandolo rimasi stupefatto. Sotto i capelli neri setolosi scorsi il suo orecchio. Lo vidi tutt'un tratto da vicino. Quell'essere aveva orecchi appuntiti ricoperti d'una fine lanuggine bruna.
La vostra colazione, signore, mi disse. Fissai stupito i suoi occhi senza neppur tentare di rispondergli. Egli si gir e mosse verso l'uscio volgendosi a guardarmi in modo singolare.
Lo seguii con lo sguardo finch fu uscito e mentre facevo ci, per uno di quei lavorii cerebrali incoscienti, sorse alla mia mente la frase: Gli orrori di Moreau.
Ah! E la mia memoria mi riport a dieci anni prima.
La frase err libera per un momento nella mia mente poi la rividi scritta in rosso su un opuscoletto color cuoio di bufalo che a leggerlo veniva la pelle d'oca. Rammentai distintamente tutto riguardo ad essa. Quell'opuscolo da tempo obliato risorse con vivezza sorprendente alla mia mente. In quel tempo non ero che un ragazzetto e Moreau, suppongo, aveva circa cinquant'anni: eminente e valente fisiologo, era notissimo nei circoli scientifici per la sua ineguagliabile fantasia e per la brutale immediatezza nella discussione. Era quel medesimo Moreau? Egli aveva pubblicato alcuni fatti stupefacenti in relazione alla trasfusione del sangue e, per di pi, si sapeva ch'egli stava facendo importanti ricerche sugli sviluppi morbosi. Poi bruscamente la sua carriera fin e dovette abbandonare l'Inghilterra. Un giornalista aveva ottenuto l'accesso al suo laboratorio in qualit di assistente, colla ferma intenzione di fare rivelazioni sensazionali e, aiutato da un brutto accidente, dato che fosse un accidente, il suo insipido opuscolo divent famoso. Il giorno della pubblicazione, un povero cane tutto scorticato e con varie altre mutilazioni era fuggito dalla casa di Moreau.
Si era nella stagione morta e un editore di grido, cugino del temporaneo assistente di laboratorio, fece appello alla coscienza della nazione. Non era la prima volta che la coscienza si ribellava contro certi metodi di indagine. Il dottore fu semplicemente cacciato dal paese fra la generale indignazione. Pu essere ch'egli lo meritasse, ma io sono sempre d'avviso che il tepido soccorso dei suoi colleghi indagatori e il suo abbandono da parte della gran massa degli scienziati fu una cosa vergognosa. Pure alcuni dei suoi esperimenti, secondo la relazione del giornalista, erano oscenamente crudeli. Egli forse avrebbe potuto acquistare la sua pace sociale abbandonando le sue investigazioni, ma evidentemente prefer queste ultime: era scapolo, e non aveva da curare null'altro che i suoi propri interessi...
Finii per convincermi che l'uomo dai capelli bianchi era lo stesso Dottor Moreau. Tutto mi portava a questa conclusione. Compresi allora a quale scopo erano destinati il puma e gli altri animali, che ora erano stati trasportati coi bagagli entro il recinto dietro la casa: e un curioso odorino sottile sottile, l'alito di qualcosa di famigliare, un odore che fino a quel momento s'era tenuto nei pi lontani recessi della mia coscienza, si fece improvvisamente innanzi mettendosi in prima linea dei miei pensieri. Era l'odore antisettico della camera operatoria. Udii il puma ringhiare attraverso la parete e uno dei cani guaire come se fosse stato ferito.
Pure, senza dubbio, in ispecial modo di fronte a un altro scienziato, nulla vi era di cos orribile nella vivisezione da giustificare tanto segreto. Per uno di quei ritorni improvvisi della memoria le orecchie appuntite e gli occhi luminosi dell'assistente di Montgomery risorsero dinnanzi a me in tutta la loro pi precisa chiarezza. Guardavo davanti a me il mare verde e spumoso mosso da una brezza rinfrescante, lasciando che queste ed altre visioni strane degli ultimi pochi giorni si rincorressero nella mia mente.
Che significava tutto questo? Un recinto chiuso su un'isola solitaria, un vivisezionatore famoso e questi uomini storpiati e deformi?
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8. LE URLA DEL PUMA.
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Verso l'una Montgomery interruppe la mia scorrera in quell'intrico di mistificazione e di sospetto. Il suo grottesco assistente lo seguiva con un vassoio contenente pane, qualche legume, ed altri commestibili, un fiasco di whisky, una caraffa d'acqua, tre bicchieri e coltelli. Guardai colla coda dell'occhio quella strana creatura e m'accorsi che mi fissava coi suoi bizzarri occhi irrequieti. Montgomery dichiar che avrebbe fatto colazione con me e che Moreau era troppo preoccupato da un lavoro pressante.
Moreau ! io dissi;, conosco quel nome.
Lo conoscete, diamine! disse. Che asino sono stato a menzionarlo dinnanzi a voi. Avrei dovuto pensarci. Meglio cos, del resto. Avrete in tal modo una spiegazione dei nostri misteri. Whisky?
Grazie, no, sono astemio.
Vorrei esserlo stato anch'io. Ma non serve pi a nulla, ora il recriminare. Fu quella robaccia infernale la cagione della mia venuta qui. Quella e una notte nebbiosa. E mi credetti allora fortunato quando Moreau mi offerse di portarmi via.  strano...
Montgomery, dissi ad un tratto, mentre l'uscio esterno si chiudeva;, perch il vostro servo ha gli orecchi appuntiti?
Dannazione! proruppe sulla prima boccata di cibo. Mi fiss un istante poi ripet:, Orecchi appuntiti?
Hanno piccole punte, ripetei con la maggior calma possibile, ma con un po' d'ansia nel mio respiro;, e del pelame nero agli orli.
Egli si vers whisky e acqua con somma diligenza.
Li ho visti mentr'egli si chinava presso di me per collocare sulla tavola quel caff che mi avete mandato. E i suoi occhi splendono nel buio.
Montgomery si era riavuto dalla sorpresa della mia domanda.
Io ho sempre creduto, egli disse con intenzione, con una certa accentuazione nella sua balbuzie, che avesse qualche cosa di particolare nelle orecchie, dal modo con cui le teneva coperte... A che cosa rassomigliavano?
Dalla sua domanda fui persuaso che questa sua ignoranza era una finzione. Pure io non potevo dire a quell'uomo ch'io lo credevo un mentitore.
Appuntite, dissi, piuttosto piccole e pelose; distintamente pelose. In tutto l'assieme quest'uomo  una delle creature pi strane ch'io abbia mai viste.
Un grido acuto, rauco di dolore animale, usc dal recinto alle nostre spalle. La sua profondit e il suo volume lo rivelavano per quello del puma. Vidi Montgomery fare un sobbalzo.
Ebbene? egli disse.
Dove avete preso quella creatura?
A... San Francisco...  una brutta bestia l'ammetto. Uno scemo, vi dico. Non si rammenta donde  venuto. Ma, sapete, mi sono abituato a lui. Ci siamo abituati entrambi. In qual modo vi ha colpito?
 fuori della natura, io dissi, In lui vi  qualcosa... Non crediate che io fantastichi, ma quando si appressa a me mi d la sensazione di cosa abbietta, una strana tensione di muscoli. Ha un po' del... demoniaco.
Mentre gli parlavo Montgomery aveva cessato di mangiare.
Strano, egli disse. Io non riesco a vederci nulla.
Riprese il pasto.
Non avevo idea di queste cose, continu e masticava. La ciurma della goletta... deve aver avuta la stessa impressione... Ha dato una caccia accanita a quel povero diavolo... Avete veduto il capitano?
D'un tratto risuon l'urlo del puma, questa volta pi doloroso. Montgomery bestemmi tra i denti. Mi venne mezza voglia di interrogarlo riguardo agli uomini sulla riva. In quella la povera bestia dall'interno eruppe in una sequela di brevi e acute strida.
I vostri uomini sulla spiaggia, chiesi, di che razza sono?
Eccellenti ragazzi, no? rispose distrattamente corrugando la fronte mentre l'animale emetteva grida strazianti. Non aggiunse altro. Vi fu un nuovo urlo pi terribile del primo. Egli mi guard coi suoi occhi grigi stupiti indi ribevve del whisky. Tent di attrarmi in una discussione sull'alcool, affermando di avermi salvata la vita con quello. Pareva ansioso di accentuare il fatto ch'io gli dovevo la vita. Gli risposi distrattamente. Dopo un po' il nostro pasto ebbe termine, il mostro deforme cogli orecchi appuntiti si dilegu e Montgomery mi lasci di nuovo solo nella mia camera. Per tutto il tempo che si sent il rumore del puma vivisezionato egli fu in uno stato di irritazione che non riusc a nascondere. Ma parl della sua strana debolezza nervosa e mi lasci solo a trarne le conseguenze.
Anch'io trovai che quelle grida erano oltremodo irritanti ed esse crebbero di profondit e d'intensit coll'inoltrarsi del pomeriggio. Dapprima furono penose, ma la loro costante ripetizione fin per togliermi completamente l'equilibrio delle sensazioni.
Scaraventai in un canto un volume di Orazio che stavo leggendo, e cominciai a stringere i pugni, a mordermi le labbra, ed a camminare s e gi per la stanza.
Dopo un po' dovetti turarmi le orecchie colle dita. La commozione prodotta da quelle urla non fece che aumentare costantemente nell'animo mio, finch esse alfine non raggiunsero una cos fine espressione di sofferenza che non potei tollerarla pi a lungo in quella camera chiusa. Uscii fuori della porta nel calore sonnolento del tardo pomeriggio, e oltrepassando l'ingresso principale (notai ch'era di nuovo chiuso a chiave) voltai l'angolo della muraglia.
Quelle grida risuonavano con maggior forza all'aperto. Pareva che in esse tutto il dolore del mondo avesse trovata una voce. Pure se avessi saputo quel dolore nella camera attigua, ma fosse stato muto, credo che l'avrei potuto sopportare abbastanza bene.
 quando il dolore trova una voce e fa vibrare i nostri nervi che questa compassione ci perturba. Nonostante la fulgida luce del sole e le verdi frondi degli alberi ondeggianti nella calmante brezza marina, il mondo fu tutto uno scompiglio, pieno di erranti fantasmi neri e rossi, finch non mi trovai fuori di portata di ogni voce, lungi dalla casa infernale.
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CAPITOLO  9. NELLA FORESTA.
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Camminai traverso la boscaglia che rivestiva la sommit dietro la casa, non badando dove rivolgessi i passi. M'insinuai sotto l'ombra di un folto gruppo d'alberi a fusto diritto e dopo breve tempo mi trovai dall'altra parte della collina, lungo un torrentello che scorreva in un'angusta valle. Mi fermai mettendomi in ascolto. Il lungo tratto percorso e le masse folte del bosco spegnevano qualunque rumore che provenisse dal recinto. L'aria era quieta. Un coniglio salt fuori strepitando e prese a fuggir via per il declivio dinnanzi a me. Esitai e mi posi a sedere sul margine dell'ombra.
Il luogo era piacevole. Il ruscelletto era nascosto dalla lussureggiante vegetazione della riva, salvo in un punto dove potevo vedere i riflessi delle sue acque brillanti. Pi innanzi fra una nebbia azzurrastra vidi un groviglio di alberi e di rampicanti e sopra questi ancora l'azzurro luminoso del cielo. Qua e l una chiazza di bianco o di chermisino indicavano la fioritura di un muschio strisciante. Lasciai errare gli occhi per qualche tempo sopra questa scena, e poi cominciai di nuovo a rimuginare nella mente le strane particolarit del servo di Montgomery. Ma faceva troppo caldo, perch potessi pensare a lungo, e dopo un po' caddi in un pacifico stato di torpore, fra la veglia e il sonno.
Ne fui tratto, non so quanto tempo dopo, da uno strepito fra le boscaglie, dall'altra parte del fiume. Per un momento non potei veder nulla tranne le sommit oscillanti delle felci e delle canne. Poi d'un tratto sulla riva apparve qualche cosa, non potei distinguere a tutta prima che fosse. Una testa si chin sull'acqua e cominci a bere. Allora vidi che si trattava di uomo che camminava sui quattro arti come una bestia.
Era vestito di stoffa turchina ed era di una tinta color rame, coi capelli neri: Pareva che la bruttezza grottesca fosse un carattere costante di questi isolani. Potevo udire il rumore delle sua labbra mentre beveva.
Mi piegai in avanti per vederlo meglio, e un pezzo di lava, che la mia mano stacc, precipit con rumore gi per il pendio. Egli guard in su sospettoso e i suoi occhi si incontrarono coi miei. Subitamente si rizz in piedi, restando fermo a passarsi la mano sgraziata sulla bocca e a guardarmi. Le sue gambe non raggiungevano la met della lunghezza del corpo. Cos, fissandoci l'un l'altro pieni di turbamento, rimanemmo per forse un minuto. Poi si butt fra i cespugli alla mia destra, arrestandosi una o due volte per guardare indietro. Udii il frusco delle fronde farsi sempre pi debole in lontananza e spegnersi del tutto. La mia tranquillit sonnolenta era sparita.
Ad un rumore dietro di me diedi un sussulto e, voltandomi di scatto, scorsi la coda bianca di un coniglio che spariva su per il pendio. Balzai in piedi.
L'apparizione di quella grottesca e semibestiale creatura aveva d'un tratto popolata per me la quiete del pomeriggio. Mi sbirciai attorno un po' nervosamente, rimpiangendo di essere senz'armi. Pensai che l'uomo veduto poco prima vestito di stoffa turchina, non era nudo come un selvaggio, e cercai di persuadermi del fatto che dopo tutto egli era probabilmente di carattere pacifico, e che la stupida ferocia del suo aspetto lo calunniava.
Pure quell'apparizione mi aveva grandemente perturbato. Mi avviai a sinistra lungo il declivio, volgendo attorno il capo e spiando fra i diritti tronchi degli alberi. Perch un uomo camminava sulle quattro estremit e beveva succhiando con le labbra? Dopo un po' udii ancora il gemito di un animale e credendo fosse il puma mi volsi, e presi a camminare in direzione diametralmente opposta a quella donde proveniva quel suono. Arrivai cos presso il fiumicello, che varcai spingendomi fra i cespugli del versante opposto.
Scorgendo sul terreno una gran chiazza rosso vivo ebbi un sussulto, ma, avvicinatomi, vidi che si trattava di un fungo ramificato e rugoso, simile a un licheno, che si scioglieva al tatto in una poltiglia. All'ombra di alcune felci rigogliose m'imbattei nel corpo di un coniglio morto, ricoperto di mosche brillanti, ma ancora caldo e col capo asportato. Mi arrestai spaventato alla vista del sangue sparso.
Sul suo corpo non vi erano altre tracce di violenza. Sembrava fosse stato pigliato e ucciso improvvisamente. Mentre fissavo quel piccolo corpo peloso, sorse nella mia mente la difficolt di sapere in qual modo fosse stata compiuta l'uccisione. Il vago timore che si era impadronito di me dacch avevo visto il volto inumano dell'uomo presso il fiumicello si fece pi distinto mentre stavo l. Cominciai ad accorgermi dell'audacia della mia spedizione fra questa gente sconosciuta. Il bosco attorno a me si modificava nella mia fantasia. Ogni ombra diveniva qualcosa pi di un'ombra, diventava un'imboscata, ogni rumore diveniva una minaccia. Pareva che cose invisibili mi guardassero.
Decisi di far ritorno al recinto sulla spiaggia. Voltai la schiena a precipizio e mi cacciai con impeto traverso la boscaglia, ansioso di avere di nuovo intorno a me uno spazio libero.
Mi fermai sull'orlo di una radura fatta nella foresta da una frana. Al di l la massa fitta dei tronchi e viticci rampicanti formavano una nuova muraglia. Davanti a me, accosciati in gruppo sugli avanzi fungosi di un enorme albero abbattuto stavano tre grottesche figure umane. Una era evidentemente una femmina, le altre due erano uomini. Erano nudi, eccezion fatta per alcuni brandelli di panno scarlatto attorno alla cintola. Le loro epidermidi erano di un colore cupo tra il rossiccio e il nocciola, che non avevo mai veduto prima nei selvaggi. Avevano volti grassi pesanti senza mento, fronti sfuggenti, e scarsi capelli setolosi sul capo.
Stavano parlando o almeno uno degli uomini stava parlando agli altri due e tutti e tre erano troppo attenti alla loro conversazione per udire lo strepito del mio avvicinarsi. Scuotevano la testa e le spalle da destra a sinistra e viceversa. La voce di quello che parlava era grassa e gorgogliante e quantunque la potessi udire distintamente non potevo distinguere quello ch'egli diceva, perch parlava un gergo complicato e sconosciuto. Dopo un po' la sua pronuncia si fece pi stridente e allargando le mani si alz in piedi.
Anche gli altri cantavano all'unisono, levandosi parimenti in piedi, allargando le mani e facendo oscillare i loro corpi seguendo il ritmo del loro canto. Notai allora la brevit anormale delle loro gambe e i loro esili piedi tozzi. Tutti e tre cominciarono pian piano a muoversi in giro, sollevando i piedi e battendoli al suolo e agitando le braccia; una specie di armonia spirava nella loro declamazione ritmica e un ritornello vi faceva capolino, simile al suono di aloola o baloola. I loro occhi cominciarono a scintillare e le loro brutte faccie a risplendere di un'espressione di strano piacere; dalle loro bocche senza labbra cadevano filamenti di saliva.
A un tratto, mentre stavo osservando i loro gesti grotteschi e inspiegabili, percepii distintamente per la prima volta la ragione che aveva suscitato in me le due impressioni incompatibili e discordanti della loro completa singolarit e pure della loro pi strana famigliarit.
Le tre creature occupate in quel rito misterioso erano umane nella forma, ma avevano una strana somiglianza con qualche animale comune. Ognuno di questi esseri, malgrado l'aspetto, lo straccio di vestito, e la rozza umanit delle forme corporali, aveva implicata in s, nei suoi movimenti, nella espressione del suo viso, in tutta la sua esteriorit, qualche cosa che faceva pensare a un maiale.
Restai l sopraffatto da questa sorprendente constatazione e allora nella mia mente vennero affollandosi le pi orribili domande, le bestie cominciarono a saltare con schiamazzi e grugniti. Poi uno scivol e per un istante stette sui quattro arti, per rimettersi poi subitamente nella posizione eretta. Ma quel barlume passeggero della vera animalit di quei mostri mi bast.
Voltai le spalle col minor rumore possibile e fermandomi immobile a quando a quando per tema di essere scoperto per lo scricchiolio di un ramoscello o il fruscio delle foglie, mi ricacciai nella boscaglia. Ci volle molto tempo prima che mi facessi pi ardito e osassi di muovermi liberamente.
Per il momento la mia unica idea era quella di allontanarmi da quegli esseri sordidi. Seguivo senza accorgermene un sentiero appena segnato frammezzo gli alberi. Allora, traversando improvvisamente una piccola radura, vidi con sgradevole sorpresa due gambe tozze fra gli alberi, che camminavano a passi silenziosi parallelamente a me, e alla distanza forse di trenta metri. La testa e la parte superiore del corpo erano celati da un groviglio di piante rampicanti. Mi arrestai di scatto, nella speranza che quella creatura non mi vedesse. Alla mia fermata i piedi pure si fermarono. Ero cos nervoso che non riuscii che colla pi grande difficolt a dominare l'impulso di una fuga all'impazzata.
Allora, guardando bene, distinsi fra la rete aggrovigliata dei rami la testa e il corpo dell'animale che avevo veduto bere. Mosse il capo e mi guard di sotto l'ombra degli alberi. I suoi occhi ebbero un lampeggiamento di un colore semi brillante, che spar quand'egli volt via di nuovo il capo. Rimase immobile per un istante e poi con passo silenzioso prese la corsa traverso quel groviglio verde. Un istante dopo era scomparso dietro alcuni cespugli. Io non potevo vederlo, ma sentivo che si era fermato e che stava guardandomi ancora.
Che diamine poteva essere? uomo o bestia? Che voleva egli da me? Io non avevo armi, nemmeno un bastone. Fuggire sarebbe stato follia. Ad ogni modo quella cosa, checch si fosse, non aveva il coraggio di assalirmi. Stringendo con forza i denti camminai diffilato su di lui. Ero ansioso di non dar a vedere il timore che mi agghiacciava la spina dorsale. Mi spinsi traverso un groviglio di alti cespugli di fiori bianchi, e lo vidi a venti metri di distanza, strisciare verso di me e stare esitante. Feci un passo o due innanzi fissandolo fermamente negli occhi.
Chi siete? gridai. Egli cerc di sostenere il mio sguardo.
No! disse poi bruscamente e, girando su se stesso, si allontan a balzi traverso la boscaglia. Poi si volt e mi fiss di nuovo. I suoi occhi brillavano di una luce fulgida nella penombra degli alberi.
Tremavo dalla paura, ma sentivo che l'unica mia probabilit di salvezza era di far fronte al pericolo. Mossi risolutamente alla sua volta. Egli volt di nuovo le spalle e spar nella penombra. Una volta ancora credetti di vedere il lampeggiamento dei suoi occhi e fu tutto.
Solo allora mi accorsi quanto l'ora avanzata potesse essermi dannosa. Il sole era tramontato da qualche minuto, il rapido crepuscolo dei tropici stava gi svanendo nel cielo e una delle prime tignuole svolazzava silenziosamente sopra il mio capo. A meno di voler passare la notte fra i pericoli ignoti della foresta misteriosa, dovevo affrettarmi a ritornare al recinto.
Il pensiero di un ritorno a quel ricovero dominato dal dolore, mi ripugnava, ma ancora pi mi spaventava l'idea di essere sorpreso all'aperto dall'oscurit e da tutto quel che poteva celare l'oscurit. Diedi un'altra occhiata nelle ombre azzurre che avevano ingoiato quella strana creatura, indi rifeci il cammino scendendo il declivio verso la corrente, marciando, a mio giudizio, nella direzione donde ero venuto.
Camminavo di buona lena, perplesso per tutte quelle cose e dopo un po' mi trovai in un luogo piano fra alberi radi. Quella chiarezza incolore che segue il rosso del tramonto andava oscurandosi. Il cielo azzurro si faceva di momento in momento pi scuro e ad una ad una le piccole stelle foravano la luce diminuita; gli intervalli fra gli alberi, i vuoti nella vegetazione lontana, che nella luce del giorno erano stati di un azzurro intenso, si facevano scuri e misteriosi.
Seguitavo ad andare innanzi. Il colore spar dal mondo, le cime degli alberi si elevarono contro l'azzurro luminoso del cielo come figure d'inchiostro e tutto al di sotto di quel contorno si fuse in tenebre senza forma. Dopo breve tempo gli alberi si fecero pi sottili, e i cespugli della boscaglia bassa pi abbondanti. Quindi non ci fu che uno spazio deserto coperto di sabbia bianca e un'altra distesa di cespugli aggrovigliati.
Alla mia destra un lieve frusciare m'inquietava. Credetti ad uno scherzo della mia fantasia, perch ogni volta che mi fermavo, si faceva un silenzio, solo rotto dal rumore del vento serotino fra le vette degli alberi. Quando mi rimettevo in moto v'era un'eco ai miei passi.
Mi allontanai dal fitto della boscaglia, tenendomi sul terreno pi scoperto, e tentando a quando a quando con improvvisa voltafaccia di sorprendere, dato ci fosse, la causa del rumore. Non vidi nulla e pur nondimeno in me non faceva che aumentare l'impressione della presenza di un altro. Accelerai il passo e dopo poco tempo giunsi ad una lieve elevazione di terreno. La varcai e mi volsi rapido a guardarla fissamente da lontano. Spiccava nera e a contorni netti contro il cielo che si andava oscurando.
Una massa informe si elev per un momento contro la linea del cielo e sparve di nuovo. Ora ero certo che il mio antagonista camminava sempre dietro di me. A questa si aggiunse subito un'altra sgradevole constatazione: avevo smarrito la via.
Per qualche tempo camminai innanzi in fretta in una perplessit disperata, esasperato da quell'inseguimento furtivo. Checch si fosse quella creatura non aveva il coraggio di assalirmi o attendeva per cogliermi in un momento d'inferiorit. Mi tenevo con somma cura all'aperto. Talvolta mi voltavo, tendevo l'orecchio e mi persuadevo che il mio inseguitore aveva rinunziato alla caccia, o che tutto non era che il parto della mia eccitata fantasia. Udii il rumore del mare.
Accelerai il passo fin quasi a correre e immediatamente sentii dietro le mie spalle che qualcuno incespicava.
Mi voltai di scatto cercando di vedere tra il folto degli alberi. Tesi l'orecchio e non udii nulla tranne l'affluirmi del sangue nelle orecchie. Credetti a un effetto di rilassatezza di nervi, mi pensai zimbello della mia immaginazione, e rivolsi risoluto i passi verso il rumore del mare.
Dopo un minuto o press'a poco, gli alberi divennero pi sottili ed io uscii sopra una punta di terra bassa e nuda protendentesi entro l'acqua cupa. La notte era calma e chiara e i riflessi della moltitudine sempre crescente delle stelle tremolavano sul tranquillo ondeggiare del mare. Un po' al largo, su un irregolare banco di scogliere, la schiuma risplendeva di una pallida luce tutta propria. Verso occidente scorsi la luce zodiacale mischiarsi collo splendore giallo delle stelle della sera. La costa spariva bruscamente verso oriente, e verso ponente era nascosta dal dorso del promontorio. Allora mi ricordai che il recinto di Moreau era situato ad occidente.
Un ramoscello schiant dietro di me e udii un frusco. Mi voltai fermandomi di fronte agli alberi tenebrosi. Non potevo vedere nulla; o meglio vedevo troppo. Ogni forma oscura nella tenebra aveva il suo lato minaccioso, faceva pensare ad un nemico in agguato. Rimasi cos per circa un minuto, indi, sempre coll'occhio sugli alberi, mi volsi verso ponente per traversare la punta di terra. E mentre mi voltavo, una delle ombre appiattate si mosse anche essa per seguirmi.
Il mio cuore prese a battere a gran colpi. Il largo specchio di una baja stendentesi ad occidente divenne visibile ed io mi arrestai di nuovo. L'ombra silenziosa si ferm a dodici metri da me. Un piccolo punto luminoso brillava all'estremit della curva e la grigia spianata della riva sabbiosa si stendeva appena visibile sotto la luce stellare. Il punto luminoso distava forse due miglia. Per raggiungere la spiaggia dovevo attraversare gli alberi dove le ombre mi spiavano, indi discendere un declivio irto di cespugli. Ora potevo vedere un po' pi distintamente il mio inseguitore. Non era un animale poich stava ritto. Aprii la bocca per parlare, ma la voce mi si strozz in gola. Tentai di nuovo e gridai: Chi  l? Non vi fu risposta. Avanzai di un passo. La cosa non si mosse: soltanto si raccolse su s stessa. Urtai col piede in un sasso.
Ci mii fece nascere un idea. Senza distogliere gli sguardi da quella forma nera dinanzi a me, mi chinai e raccolsi quel pezzo di roccia. Ma al mio atto, la cosa fece un brusco voltafaccia e fugg in linea obliqua entro l'oscurit pi remota. Allora mi sovvenni di un espediente usato dagli scolari contro i cani: avvolsi il sasso in un capo del fazzoletto e legai l'altro attorno al polso. Udii del movimento fra le ombre, come se la cosa battesse in ritirata. Improvvisamente i miei nervi si distesero, mi sentii invadere da un copioso sudore e caddi tremante.
Occorse qualche tempo prima che potessi risolvermi a scendere traverso gli alberi e i cespugli sul fianco del promontorio verso la riva. Finalmente mi decisi a farlo di corsa e mentre usciva dal fitto sulla sabbia udii un altro corpo venire con strepito dietro di me.
Perdetti completamente la testa per la paura e presi a correre sul terreno sabbioso. Udii un rapido scalpiccio di piedi alle mie spalle. Emisi un urlo feroce e raddoppiai il passo. Mentre passavo, alcuni oggetti neri confusi, d'una grossezza di tre o quattro volte quella dei conigli, si precipitarono correndo o saltando dalla riva verso i cespugli. Finch vivr non mi scorder il terrore di quella caccia. Correvo lungo il margine dell'acqua e di tratto in tratto udivo il tonfo dei piedi che guadagnavano vantaggio su di me. Lungi lungi, a una distanza disperata, brillava la luce gialla. Tutta la notte attorno era nera e silenziosa. Plac, plac, i piedi persecutori si facevano sempre pi vicini. Sentii mancarmi il fiato, ero privo di allenamento; respiravo rumorosamente e sentivo un dolore acuto ad un fianco. Intuii che l'inseguitore mi avrebbe raggiunto molto tempo prima di arrivare al recinto e, disperato, trattenendo a fatica il respiro, girai su me stesso e l'affrontai. Mentre si avventava su di me vibrai il colpo con tutta la forza di cui disponevo: il sasso usc dalla fionda fatta col fazzoletto.
Mentre mi voltavo, la cosa, che correva sui quattro arti, s'era levata in piedi e il proiettile le era piombato giusto giusto sulla tempia sinistra. Il cranio emise un rumore e l'uomo-animale balz su di me, mi spinse indietro colle mani e mi oltrepass barcollante andando a cadere lungo disteso sulla sabbia col volto nell'acqua. E qui giacque immobile.
Non ebbi coraggio di avvicinarmi a quella massa nera. L'abbandonai sotto le stelle silenziose; e seguitai il mio cammino verso il bagliore giallo. Dopo breve tempo udii, con un vero senso di sollievo, il gemito pietoso del puma. Quantunque fossi debole e stanco, raccolsi tutta la mia energia e presi di nuovo a correre verso la luce. Mi pareva che una voce mi chiamasse.
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CAPITOLO 10. LE GRIDA DELL'UOMO.
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Giunto presso la casa vidi che quella luce usciva dall'uscio aperto della mia camera; indi udii, proveniente dalle tenebre a lato di quel rettangolo luminoso, la voce di Montgomery gridare Prendick.
Continuai la corsa. Dopo un po' lo riudii. Risposi debolmente e un momento dopo mi avvicinavo a lui barcollando.
Dove siete stato? chiese, trattenendomi col braccio disteso, cosicch la luce che usciva dall'uscio mi cadeva sul volto. Eravamo cos occupati che ci siamo scordati di voi fino a mezz'ora fa.
Mi condusse nella stanza e mi fece sedere nella poltrona. Per un po' di tempo fui accecato dalla luce.
Non credevamo che vi sareste messo ad esplorare questa nostra isola senza preavvisarci. E poi avevo paura... ma cosa avete?...
Quel po' di forza che mi era rimasta mi sfuggiva e il capo mi cadde in avanti sul petto. Credo ch'egli provasse una certa soddisfazione nel somministrarmi dell'acquavite.
Per amor di Dio, dissi, chiudete quell'uscio.
Vi siete imbattuto in qualcuna delle nostre curiosit, eh? Chiuse l'uscio a chiave e si volse nuovamente verso di me. Non mi fece domande, ma mi diede ancora acquavite ed acqua e mi spinse a mangiare. Ero in uno stato di completo abbattimento. Mi fece qualche vaga scusa per essersi dimenticato di avvisarmi e mi chiese in poche parole di quanto mi ero allontanato da casa e che cosa aveva veduto. Gli risposi altrettanto concisamente a frasi frammentarie.
Ed ora spiegatemi che significa tutto ci, dissi in uno stato che rasentava il furore.
Nulla di spaventoso, rispose, ma credo che ne abbiate avuto abbastanza per un giorno.
Improvvisamente il puma emise un urlo acutissimo di dolore. Al che egli diede in una bestemmia tra i denti. Che sia maledetto, esclam, se questo luogo non  orribile come il laboratorio a Londra... con quei gatti...
Montgomery, chiesi pi calmo, che era quella cosa che mi ha inseguito, una bestia o un uomo?
Se non dormirete stanotte, domani sarete impazzito, mi rispose.
Mi levai diritto di fronte a lui e: Che era quella cosa che mi ha inseguito? insistetti.
Mi guard fisso negli occhi, torse la bocca. I suoi occhi che un momento prima parevano animati si offuscarono.
Da quel che mi avete detto, credo che fosse uno spettro.
Sentii improvvisamente in me un impeto di interna irritazione. Ma pass rapido come sorse. Mi buttai di nuovo nella poltrona premendomi le mani sulla fronte. Il puma ricominci a urlare.
Montgomery mi venne dietro e mi pos la mano su una spalla.
Guardate, Prendick, disse, non era mia intenzione lasciarvi uscire e vagare per questa idiota isola nostra. Ma non  poi tanto brutta. Come vi sentite, amico? I vostri nervi sono ridotti a cenci. Lasciate che vi dia qualcosa che vi far dormire. Quello... continuer ancora per delle ore. Voi dovete dormire, altrimenti non garantisco nulla.
Io non risposi. Mi piegai in avanti e mi coprii il volto colle mani. Un istante dopo egli ritorn con un piccolo recipiente contenente un liquore scuro. Me lo diede. Lo presi senza opporre resistenza, ed egli mi aiut a salire nell'amaca.
Allorch mi destai era giorno alto. Restai per lungo tempo immobile e disteso guardando il soffitto finch il bisogno di mangiare m'indusse a scendere dall'amaca che, con somma cortesia, gir su se stessa scaricandomi sul pavimento.
Mi levai e sedetti a tavola. Sentivo la testa pesarmi e non avevo che una vaga memoria delle cose accadute durante la notte. Il vento mattutino entrava piacevolmente attraverso la finestra senza vetri e questo insieme al cibo contribu a darmi un senso di benessere.
Dietro di me, l'uscio interno verso il cortile del recinto si apr. Mi volsi e scorsi Montgomery.
Come state? domand. Sono terribilmente occupato.
Tir l'uscio dietro di s e solo in seguito mi accorsi che si era scordato di rinchiuderlo a chiave.
La sua presenza risvegli in me il ricordo della serata precedente e tutte le sensazioni provate. La paura mi riprese di nuovo e nello stesso tempo un grido si ud nell'interno. Ma questa volta non era il grido del puma.
Deposi la forchetta che avevo in mano e tesi l'orecchio. Silenzio. Solo s'udiva il sussurro della brezza mattutina. Dubitai che i sensi mi avessero ingannato.
Dopo una pausa ripresi il pasto ma con le orecchie sempre vigilanti. Ben presto un altro rumore si fece udire ma molto fioco. Rimasi pietrificato. Sebbene debole e sordo l'ultimo rumore udito mi commosse profondamente, pi di tutti gli altri che avevo intesi precedentemente.
Stavolta non vi era da ingannarsi sulla qualit di quei suoni rotti e cupi, nessun dubbio sulla loro origine; erano gemiti, rotti da sospiri e da aneliti di dolore. Questa volta non era un animale, era un essere umano torturato.
Mi alzai e in tre passi attraversai la stanza, afferrai la maniglia dell'uscio che conduceva nel cortile e lo spalancai di colpo.
Prendick! Fermatevi! grid Montgomery intervenendo.
Vidi in una cunetta del sangue, sangue bruno rossastro e sentii l'odore speciale dell'acido fenico. Attraverso un uscio semi aperto, dall'altro lato della corte, nella penombra, scorsi qualcosa legato su una specie di telaio, un essere pieno di cicatrici, rosso, fasciato. Coprendo col suo corpo questo spettacolo terrificante, apparve il vecchio Moreau pallido e terribile.
Con una mossa rapida mi afferr per una spalla con la mano insanguinata, mi fece girare su me stesso e con uno spintone mi scaravent lungo e disteso nella mia stanza.
Mi aveva sollevato come fossi stato un bimbo. L'uscio si rinchiuse con fracasso nascondendomi l'espressione d'ira intensa del suo volto. Udii la chiave girare nella serratura e la voce di Montgomery che si discolpava.
Rovinare il lavoro di una intera esistenza, gridava Moreau.
Egli non capisce, replicava Montgomery. Poi aggiunse dell'altro che non riuscii ad afferrare.
Non ho pi tempo da perdere, disse ancora Moreau.
Il resto della disputa non giunse fino a me.
Mi sollevai, rimasi ritto e tremante con un caos di orribili sospetti che mi turbinavano nel cervello.
Che la vivisezione degli uomini sia una cosa possibile? mi chiesi.
Questa domanda fu come un lampo in un cielo tempestoso. E improvvisamente nella mia mente si precis, in una netta visione, il pericolo che correvo.
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CAPITOLO 11. LA CACCIA ALL'UOMO.
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Osservai con un irragionevole desiderio di fuga che l'uscio esterno della mia camera era ancora aperto. Ero convinto, assolutamente convinto che Moreau aveva vivisezionato un essere umano. Dacch avevo sentito ripetere il suo nome mi ero sforzato di connettere in qualche modo nella mia mente la grottesca animalit degli isolani coi miei terrori e credetti allora di tutto comprendere. Rammentai i suoi lavori sulla trasfusione del sangue. Le creature che avevo veduto erano certo le vittime di qualche orrendo esperimento.
Quegli strani furfanti di Moreau e di Montgomery avevano certo pensato di tenermi lontano per ingannarmi con la loro manifestazione di fiducia e piombar poi su di me e condannarmi ad una sorte pi orribile della morte, alla tortura e, dopo la tortura, alla pi crudele delle degradazioni che fosse possibile concepire: ad essere una bestia mandandomi a raggiungere il rimanente del loro branco abbrutito. Mi guardai attorno in cerca di qualche arma. Nulla. Allora, guidato da una ispirazione, capovolsi la poltrona, la sfasciai con un piede e le strappai il traversino laterale. Un chiodo si stacc col legno e diede un aspetto un po' pi pericoloso ad un'arma altrimenti di poco valore.
Intesi un passo e immediatamente spalancai l'uscio. Montgomery era a meno di un metro da me. Aveva intenzione di rinchiudermi a chiave dall'esterno?
Sollevai il mio bastone chiodato mirando al suo viso, ma egli balz indietro. Esitai un momento, poi mi voltai e mi misi a fuggire girando l'angolo della casa.
Prendick! Prendick! l'udii gridare meravigliato. Non fate il somaro, Prendick!
Un minuto ancora, io pensai, ed egli mi avrebbe chiuso in gabbia come un coniglio oggetto di una esperienza clinica. Anche lui dovette uscire perch lo intesi chiamare: Prendick. Prese ad inseguirmi, urlando non so cosa mentre correva.
Nella mia corsa cieca, mi diressi verso nord-est, in una direzione perpendicolare a quella della mia spedizione precedente. Mentre correvo sulla spiaggia, mi voltai a guardare e scorsi con Montgomery il suo assistente. Abbordai come un folle un pendio, lo oltrepassai, e deviai verso oriente lungo una valle rocciosa, fiancheggiata d'ambo i lati dalla jungla. Corsi per quasi un miglio senza fermarmi, col petto anelante, col cuore che mi pulsava. Poi, non udendo pi nulla n di Montgomery n del suo servo, e sentendomi al colmo dell'esaurimento, tornai indietro ad angolo acuto volgendo i passi verso la spiaggia e mi distesi sotto un gruppo di canne.
Vi rimasi per lunghissimo tempo, troppo spaventato per muovermi ed assolutamente impotente a tracciare un piano d'azione.
Il paesaggio selvaggio che m'attorniava dormiva silenzioso sotto il sole ed il solo rumore che si faceva sentire era il ronzo di alcune zanzare risvegliate dalla mia presenza. Un altro rumore lento e regolare richiam la mia attenzione, un rumore simile al respiro di chi sonnecchia... era il frangersi lento dell'onda del mare sulla spiaggia.
Dopo circa un'ora da che giacevo in quel luogo intesi lontano da me la voce di Montgomery che mi chiamava. Secondo quello che credevo allora l'isola era abitata soltanto dai due vivisezionatori e dalle loro vittime. Non v'era quindi dubbio che all'occorrenza essi avrebbero potuto spingere qualcuna di esse contro di me. Sapevo che tanto Moreau quanto Montgomery avevano la rivoltella, mentre io a tanta forza non potevo opporre che una debole assicella gli legno munita di un piccolo chiodo. Ero dunque inerme.
Rimasi quieto dov'ero finch non cominciai a pensare alla necessit di nutrirmi. La mia situazione mi apparve veramente disperata. Sapevo troppo poco di botanica per poter trovare qualche risorsa fra le radici o le frutta che mi contornavano: non avevo mezzi a disposizione per tendere insidie ai pochi conigli che erravano per l'isola. Pi la esaminavo e pi la mia situazione mi pareva imbrogliata. Finalmente per la disperazione il mio pensiero si pos sugli uomini bestie che avevo incontrato. Cercai di trovare qualche speranza in quel che mi rammentavo di loro e volta a volta richiamai alla mente tutti quelli che avevo visto e cercai trarre da essi qualche buon auspicio di aiuto.
Un improvviso latrato di mastino mi fece pensare ad un nuovo pericolo. Non mi indugiai oltre e, dando di piglio al mio bastone chiodato, mi precipitai all'impazzata dal mio nascondiglio verso il mare. Attraversai una vegetazione di piante spinose con aculei che pungevano come temperini e ne uscii sanguinante con gli abiti a brandelli per sboccare sull'orlo di un'insenatura che si stendeva verso nord. Mossi diritto verso le onde senza esitare, guadando la baia, trovandomi presto con l'acqua fino al ginocchio in una piccola corrente. Uscii sulla riva occidentale e, col cuore che mi pulsava forte, strisciai entro un groviglio di felci attendendo il seguito dell'avventura. Udii il cane, era uno solo, avvicinarsi e abbaiare quando giunse fra i cespugli spinosi. Poi pi nulla. Cominciai a credere di essere salvo.
Passarono dieci minuti, il silenzio si protraeva. Dopo un'ora di tranquillit cominci a tornarmi il coraggio.
Non ero pi n molto spaventato n molto avvilito, avevo gi oltrepassato, per cos dire, il limite del terrore e della disperazione. Sentivo ora che la mia vita era praticamente perduta, e quella persuasione mi rendeva capace di osare qualsiasi cosa. Avevo persino un certo desiderio di incontrarmi faccia a faccia con Moreau. E, mentre stavo guadando la baja, mi ricordo di aver pensato che se fossi stato stretto troppo da presso mi rimaneva almeno sempre aperta una via di scampo, non avrebbero certo potuto impedirmi di annegarmi. Ebbi quasi l'idea di farlo, ma uno strano desiderio di vedere l'esito di quell'avventura, un bizzarro interessamento di spettatore estraneo che avevo in me, mi trattennero. Distesi le membra doloranti per le punture delle piante spinose e fissai lo sguardo verso gli alberi. Improvvisamente i miei occhi si posarono su una faccia nera, scimmiesca, che stava guardandomi.
Vidi che si trattava della creatura scimmiesca che era venuta incontro alla lancia sulla spiaggia. Si teneva aggrappata al fusto inclinato di una palma. L'uomo bestia cominci a balbettare. Impugnai il bastone e mi alzai.
Voi, voi, voi, fu tutto quel che potei distinguere a tutta prima. D'un tratto si lasci cadere dall'albero, scost le fronde e mi guard con occhi curiosi.
Non provai verso questa creatura la medesima ripugnanza che avevo sentito nei miei incontri cogli altri Uomini Bestie. Voi, disse, sul battello.
Era un uomo, allora, almeno tanto quanto l'assistente di Montgomery, perch sapeva parlare.
S, dissi, son venuto sul battello. Dalla nave.
Oh! rispose, ed i suoi occhi irrequieti mi squadrarono da cima a fondo, dalle mani al bastone che avevo, ai piedi, alle parti lacere del mio vestito, ai tagli ed alle graffiature che mi avevano procurato le spine. Parve che qualcosa lo rendesse perplesso. I suoi occhi ritornarono a posarsi sulle mie mani. Protese la sua e ne cont lentamente le dita.
Uno, due, tre, quattro, cinque, eh?
Non afferrai quel ch'egli volesse dire. Pi tardi mi accorsi che un gran parte di quegli Uomini Bestie aveva mani mal fatte e talvolta mancanti persino di tre dita. Ma credendo di indovinare che questo era una specie di saluto, ripetei la medesima cosa in segno di risposta. Fece una smorfia di somma soddisfazione. Poi lasci di nuovo errare attorno il suo veloce sguardo irrequieto, e con una mossa rapida scomparve. Le fronde delle felci fra le quali si era soffermato si congiunsero.
Mi spinsi entro il cespuglio per seguirlo e fui sorpreso di trovarlo che si dondolava allegramente attaccato ad uno dei filamenti delle grosse liane che scendevano a fasci. Mi voltava il dorso.
Ebbene? chiesi.
Salt a terra girando su se stesso e stette ritto di fronte a me.
Ditemi, domandai, dove posso trovare qualcosa da mangiare?
Mangiare! disse, mangiare ora il cibo dell'uomo. Alle capanne.
Ma dove sono le capanne?
Oh!
Sono nuovo, lo sapete. A queste mie parole egli si volt ratto e part a passo veloce. Tutti i suoi movimenti erano curiosamente affrettati.
Venire con me, egli disse.
Andai con lui per vedere come sarebbe finita l'avventura. Io credetti che le capanne fossero delle tende rozze, dove egli e altri Uomini Bestie vivevano. Forse potevo farmeli amici. Non sapevo ancora quanto avessero dimenticato l'origine umana che attribuivo loro.
Il mio compagno mi camminava al fianco colle mani penzoloni e la mascella inferiore protesa in avanti. Ero curioso di sapere fino a che punto la memoria lo serviva.
Quanto tempo  che siete in quest'isola? dissi.
Quanto tempo? egli domand. E, dopo che gli ebbi ripetuto la domanda, egli sollev tre dita. Quella creatura valeva dunque qualcosa di pi di un idiota. Cercai di avere spiegazioni su quel ch'egli intendesse dirmi con ci e mi parve che ne fosse seccato. Dopo una o due altre domande, si stacc improvvisamente dal mio fianco e salt verso alcuni frutti che pendevano da un albero. Colse una manata di grosse noci spinose e si mise a mangiarne il contenuto. L'osservai con soddisfazione perch cominciavo a trovare indicazioni per il mio sostentamento. Lo tentai con alcune altre domande, ma le sue pronti e loquaci risposte erano molto spesso addirittura agli antipodi di quel che avevo domandato. Alcune erano logiche, altre assolutamente pappagallesche.
Ero cos attento a questi particolari che non badavo affatto al sentiero che percorrevamo. Dopo breve tempo giungemmo a un gruppo d'alberi, scorticati e bruni; poi in un luogo scoperto, formato da detriti di incrostazione gialliccia e percorso da nuvole di fumo, che irritavano occhi e narici. Alla nostra destra, al di sopra di una rupe nuda, vidi lo specchio turchino del mare. Il sentiero serpeggiava al basso, perdendosi in un profondo burrone fra due masse nodose di scorie. Ci ficcammo entro di esso.
Il sentiero era buio pesto dopo la luce abbagliante del sole riflessa dal suolo solforoso. Le pareti si facevano ripide e in alto si avvicinavano sempre pi l'una all'altra.
Bagliori rossi e verdi danzavano davanti ai miei occhi. La mia guida si ferm di scatto.
A casa, disse. Mi trovai sul fondo di una gola che sulle prime mi parve immersa nella pi completa oscurit. Intesi rumori strani e notai un odore sgradevole pari a quello di una gabbia da scimmie mal tenuta.
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CAPITOLO 12. I BANDITORI DELLA LEGGE.
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Qualcosa di freddo mi tocc la mano. Diedi in un forte sussulto e scorsi accanto a me una cosa di un rossiccio fosco, che aveva l'apparenza di un fanciullo scorticato. Quella creatura aveva precisamente i lineamenti mansueti ma ripugnanti di un bradipo, la medesima fronte bassa, gli stessi gesti lenti. Dopo l'acciecamento prodotto dal brusco passaggio dalla luce alle tenebre potei scorgere con maggior chiarezza l'ambiente dov'ero. La piccola e rossa creatura tardigrada era l ritta e mi guardava. La mia guida si era dileguata.
Il luogo era uno stretto corridoio fra alte pareti di lava, un crepaccio in quella colata grumosa. Da ambo le parti masse intricate di stoppie marine, ventagli di palme e canneti poggiati contro le roccie, formavano selvaggie spelonche di una oscurit impenetrabile. Il sentiero che serpeggiava in s per il burrone aveva appena tre metri di larghezza ed era ostruito da ammassi di frutta marce e da altri rifiuti, che spiegavano l'odore sgradevole del luogo.
La piccola e rossa creatura tardigrada era ancora intenta a guardarmi, quando ricomparve il mio Uomo Scimmia sull'apertura della pi vicina delle spelonche e mi fece segno di entrare. Un mostro dagli occhi torti usc fuori dimenandosi da uno degli antri e si arrest a guardarmi. Io esitai: ebbi per met l'idea di scappare rifacendo il cammino percorso, ma poi, deciso di seguire fino a fondo l'avventura, strisciai nella caverna seguendo la mia guida.
Mi trovai in uno spazio semicircolare, foggiato a guisa di alveare. Contro la parete rocciosa che ne formava il lato interno vi era un cumulo di frutti diversi. Qualche piatto grossolano di lava e di legno era sparso sul pavimento. Non vi era fuoco.
Nel cantuccio pi scuro della capanna una massa informe grugn.
Il mio uomo scimmia si ferm nella luce dell'ingresso e mi porse un pezzo di noce di cocco. Lo presi e cominciai a rosicchiarlo con la maggior calma possibile malgrado la mia estrema eccitazione e l'odore quasi insopportabile della caverna. La piccola e rossa creatura tardigrada stava ritta sull'ingresso e un altro bipede con una faccia dura e occhi brillanti venne a dare un'occhiata al di sopra delle sue spalle.
Ehi, brontol la massa misteriosa che mi stava di fronte.
 un uomo!  un uomo! biascic la mia guida, un uomo, un uomo, un uomo vivo, come me.
Basta! disse la voce dall'oscurit, ed emise un grugnito.
Io rosicchiavo la mia noce di cocco fra un silenzio impressionante. Spiavo per quanto potevo entro le tenebre, ma nulla mi era dato distinguere.
 un uomo, ripet la voce, viene a vivere con noi? La voce era grossa con una specie di intonazione sibilante, che mi colp in particolar modo, ma l'accento inglese era stranamente buono.
L'uomo scimmia mi guard come se aspettasse qualcosa. Capii che quella pausa era interrogativa.
Egli viene a vivere con voi, dissi.
 un uomo. Deve imparare la Legge.
Cominciai a distinguere il contorno vago di una figura coi gomiti all'infuori e la testa sprofondata fra le spalle. Poi notai che l'ingresso era oscurato da altre teste. La mia mano si strinse sul bastone. La cosa nel buio ripet in tono pi alto:
Dite le parole.
Non avevo badato alle sue ultime esclamazioni.
Non camminare sui quattro arti; questa  la Legge, egli ripet in una specie di ritornello.
Ero confuso.
Dite le parole, insist l'Uomo Scimmia, e le figure sull'ingresso fecero eco con un tono di minaccia nelle loro voci. Mi accorsi che dovevo ripetere questa formula idiota, e allora prese a svolgersi una cerimonia delle pi inaudite. La voce nel buio, cominci ad intonare una litania pazzesca, ed io e gli altri a ripeterla. Sillabando le parole oscillavano il loro corpo dall'uno all'altro lato, si battevano le mani sulle ginocchia ed io seguivo il loro esempio. Avrei potuto figurarmi di essere gi morto ed in un altro inondo. La capanna buia, quella grottesca figura cupa, appena macchiettata qua e l da un bagliore di luce, e tutte le altre che dondolavano in cadenza cantando:
Non camminare sui quattro arti; questa  la Legge. Non siamo dunque uomini?
Non aspirate le bevande; questa  la Legge. Non siamo dunque uomini?
Non mangiare n carne n pesce; questa  la Legge. Non siamo dunque uomini?
Non graffiare la corteccia degli alberi; questa  la Legge. Non siamo dunque uomini?
Non dar la caccia ad altri Uomini; questa  la Legge. Non siamo dunque uomini?
E cos dal divieto di questi atti di follia, sino al divieto di ci che io allora credevo fossero le pi pazze le pi impossibili, le pi indecenti cose che si potessero immaginare. Una specie di fervore ritmico ci invadeva tutti; andavamo innanzi biascicando e dondolandoci sempre con maggior velocit, ripetendo questa legge sorprendente. Superficialmente ero dominato dal contagio di questi uomini bruti, ma nel profondo del mio essere il riso e il disgusto lottavano assieme. Enumerammo un lungo elenco di divieti, indi il canto pass ad una nuova formula:
A Lui la Casa del Dolore.
A Lui la Mano che crea.
A Lui la Mano che ferisce.
A Lui la Mano che guarisce.
E cos via per un'altra lunghissima serie e la maggior parte in un gergo assolutamente incomprensibile per me, fu consacrata a Lui, chiunque si fosse. Avrei potuto immaginarmi di sognare, ma mai in sogno avevo udito cantare.
A Lui il lampo della folgore, noi cantavamo.
A Lui il profondo mare.
Un orribile idea mi balen nella mente. Credetti che Moreau dopo avere animalizzato quegli uomini avesse iniettato nei loro cervelli con una specie di deificazione se medesimo. Tuttavia sapevo troppo bene quanti denti bianchi e mascelle vigorose mi stavano d'attorno per interrompere il mio canto.
A Lui le stelle del cielo.
Finalmente quel canto ebbe termine. Vidi la faccia dell'Uomo Scimmia imperlata di sudore ed avendo ora gli occhi abituati all'oscurit scorsi pi distintamente la figura nell'angolo dove veniva la voce. Aveva la forma di un uomo ma pareva coperta di pelo grigio. Che cosa era? Che cos'erano tutti gli altri? Figuratevi di essere circondato da tutti i pi orribili storpi e dementi che sia possibile immaginare e potrete comprendere un po' dei sentimenti che sorsero in me a trovarmi fra quelle grottesche caricature di umanit.
 un uomo con cinque, con cinque, un uomo con cinque... come, disse l'uomo scimmia.
Io tesi innanzi le mani. La creatura grigia nell'angolo si chin in avanti. Non camminare sui quattro arti: questa  la Legge. Non siamo dunque uomini? Avrei voluto gridare di sorpresa e di dolore. Un mostro si fece innanzi e prese le mie mani. Osservai con disgusto che non aveva la faccia n di uomo n di bestia ma solo una massa di pelo grigio solcata da tre arcate nerastre che segnavano gli occhi e la bocca.
Ha le unghie corte, disse quell'orribile creatura fra le labbra pelose.  bene.
Mi lasci andare la mano ed io istintivamente strinsi il bastone.
Mangiare radici ed erba, questa  la Sua volont, cant l'Uomo Scimmia.
Io sono il Banditore della Legge, disse la figura grigia, qui vengono tutti i nuovi per imparare la Legge. Siedo nell'oscurit e bandisco la Legge.
 cos, disse uno di quegli esseri sull'uscio.
Terribili sono le punizioni per coloro che violano la Legge. Non c' scampo.
Non c' scampo, ripeterono gli uomini bestie guardandosi furtivamente l'un l'altro.
Non c' scampo, disse l'uomo scimmia, non c' scampo. Guardate! Una volta feci una piccola cosa, una cosa proibita. Borbottai, borbottai e non potei pi parlare. Nessuno poteva comprendere. Sono bruciato, bollato a fuoco nella mano. Egli  grande. Egli  buono!
Non c' scampo, disse la creatura grigia nell'angolo.
Ognuno ha un bisogno proibito, disse il grigio Banditore della Legge. Non sappiamo quali sono i vostri desideri, ma lo sapremo. Alcuni desiderano rincorrere le cose, altri mordere, mordere profondamente, abbondantemente, succhiando il sangue.... Questo  male. Non inseguire gli uomini: questa e la Legge. Non siamo dunque uomini? Non mangiare n carne n pesce: quest' la Legge. Non siamo dunque uomini?
Non c' scampo, disse l'animale screziato che stava sull'uscio.
Alcuni desiderano strappare coi denti e colle mani le radici delle piante e avvoltolarsi nella terra... Questo  male.
Non c' scampo, disse l'uomo sull'uscio.
Alcuni vanno graffiando gli alberi, altri vanno raspando sulle tombe dei morti: alcuni vanno combattendo colle fronti, coi piedi o con gli artigli, alcuni mordono d'improvviso, senza alcun motivo; alcuni amano il sudiciume.
Non c' scampo, disse l'Uomo Scimmia grattandosi i polpacci.
Non c' scampo, disse la piccola creatura tardigrada.
La punizione  severa e sicura. Dunque imparate la Legge. Dite le parole, e ricominci quella strana litania della Legge e di nuovo io e tutte quelle creature a cantare e a dondolarci.
Il capo mi girava per quel borbotto e quel tanfo di chiuso diffuso nel luogo, ma resistetti, nella fiducia che quella faccenda pigliasse fra breve una nuova piega. Non camminare sui quattro arti; questa  la Legge. Non siamo dunque uomini?
Facevamo un tal baccano che io non m'accorsi affatto d'un tumulto che avveniva di fuori, finch qualcuno (credo fosse uno dei due Uomini Porci che avevo veduto) ficc la testa al di sopra della piccola creatura rossiccia tardigrada e con voce concitata grid qualcosa, qualcosa ch'io non compresi. All'improvviso coloro che stavano sull'ingresso della capanna si dileguarono, il mio Uomo Scimmia si precipit fuori, la cosa che sedeva nel buio lo segu. Io notai solamente che era grosso, tozzo e ricoperto di pelo argenteo. Rimasi solo.
Prima che raggiungessi l'uscita udii il latrato di un mastino. Un momento dopo ero fuori della capanna, col piuolo della poltrona in pugno con ogni muscolo teso: dinanzi a me avevo i dorsi tozzi di una ventina circa di quegli Uomini Bestie, colle loro teste deformi seminascoste dalle scapole. Stavano gesticolando con grande eccitazione. Altri volti semibestiali guardavano fuori dalle capanne con aria interrogativa. Seguendo il loro sguardo vidi di tra la foschia sotto gli alberi oltre l'estremit del viottolo delle caverne la figura nera e il terribile volto bianco di Moreau. Dietro di lui veniva Montgomery colla rivoltella in pugno.
Per un istante rimasi fulminato dal terrore.
Mi voltai e mi vidi bloccata la strada alle mie spalle da un altro corpulento animale con una enorme faccia grigia, e due occhietti risplendenti, che si avanzava su di me. Mi guardai intorno ed alla mia destra, poco distante vidi un'apertura nella parete rocciosa da dove veniva un raggio di luce.
Ferma! grid Moreau. Pigliatelo.
A queste parole, prima una faccia si volt verso di me e poi altre. Per fortuna le loro menti bestiali erano tarde a capire.
Diedi una spallata ad un mostro tozzo che si voltava per vedere quel che voleva dire Moreau e lo lanciai addosso ad un altro. Sentii le sue mani sfiorarmi in un tentativo di ghermirmi. La piccola creatura tardigrada si precipit su di me ma io la colpii sfregiandole quella sua brutta faccia col chiodo del mio bastone, e un istante dopo mi arrampicavo su per un ripido sentiero laterale, una specie di camino inclinato che usciva dal burrone. Udii un urlo e grida di, Agguantatelo! Pigliatelo! La creatura dalla faccia grigia mi compar alle spalle spingendo la sua massa enorme entro la fessura. Avanti, avanti! urlava. Mi arrampicai su per quell'angusta spaccatura della roccia e uscii fuori sul terreno sulfureo a ponente del villaggio degli Uomini Bestie.
Quell'apertura era stata una vera fortuna per me, perch l'angusta strada che si spingeva obliquamente verso l'alto doveva essere un ostacolo per gli inseguitori pi vicini. Mi misi a correre sul terreno bianco e poi gi per un ripido declivio traverso una rada vegetazione di alberi. Arrivai cos ad una distesa di canne giganti. Traversata questa mi cacciai entro una spessa e fitta boscaglia dal suolo molle e nerastro. Nel momento in cui io entravo nel canneto i miei inseguitori pi prossimi uscivano dall'apertura. Per alcuni minuti mi aprii la strada traverso quel fitto di cespugli. L'aria dietro e d'intorno a me si riemp ben presto di grida minacciose. Udii il fracasso dei miei inseguitori dentro la fessura e su per il pendio, poi il crepitar delle canne e di tratto in tratto il rumore di un ramo rotto. Alcuni mostri ruggivano come animali da preda infuriati. Il mastino latrava alla mia sinistra. Nella stessa direzione udii le grida di Moreau e di Montgomery. Piegai di scatto verso la destra. Mi sembr di udire Montgomery gridarmi di correre se volevo salvarmi.
Il terreno, grasso e melmoso, cominci a cedere sotto i miei piedi; ma continuai la corsa all'impazzata, lo traversai affondando nella melma fino ai ginocchi e arrivai ad un sentiero che si snodava fra alti canneti. Il rumore dei miei inseguitori si spense alla mia sinistra. Tre strani animali rossicci saltellanti, a un dipresso delle dimensioni di un gatto, fuggivano davanti a me. Il sentiero correva su per la collina, traversando un altro spazio scoperto rivestito di una crosta bianca, e si insinuava di nuovo in un folto di canne, poi bruscamente si volgeva parallelo al limite di una spaccatura dalle pareti a picco. Arrivai correndo con quanta forza avevo, e non mi accorsi di quel precipizio finch non mi trovai proiettato a capofitto nell'aria.
Caddi sulle mani e sulla testa, fra le spine, e mi sollevai con un orecchio lacerato e il volto sanguinante. Il crepaccio nel quale mi trovavo era irto di roccie e di spine e pieno di vapore fosco proveniente da un sottile filo d'acqua che serpeggiava in fondo.
Questa nebbia fine nel pieno splendore della luce del giorno mi fece meraviglia, ma in quel momento non avevo tempo di soddisfare la mia curiosit. Seguii il fiumicello nella speranza di giungere al mare e avere la possibilit di annegarmi. Solo pi tardi mi accorsi che nella caduta avevo perduto il mio bastone chiodato.
Il burrone si fece ad un tratto pi stretto ed io entrai arditamente in acqua. Ma ne balzai fuori subito: quell'acqua era bollente. Notai pure che alla sua superficie galleggiava una sottile schiuma sulfurea. Ad una svolta scorsi distintamente l'orizzonte turchino. Il mare era vicino e nelle sue acque si rifletteva in mille sfaccettature il sole.
Dinanzi a me vidi la morte. Ero madido di sudore ed anelante. Il sangue caldo m'affluiva sul volto e mi scorreva piacevolmente nelle vene. La gioia di aver distanziato i miei inseguitori mi esaltava. E fu forse questa gioia e questa esaltazione che mi trattennero dall'annegarmi subito. Volsi gli occhi indietro osservando il cammino percorso.
Tesi l'orecchio. Tranne il ronzo di zanzare e il pigolo di alcuni piccoli uccelli che saltellavano fra le spine, l'aria era assolutamente tranquilla. Poi s'ud il latrato debolissimo di un cane, indi un chiacchero e un borbotto, uno schioccar di fruste e delle voci. Si fecero pi alte, poi infiochirono di nuovo. Il rumore si allontan su per il fiumicello e si dilegu. La caccia era per il momento sospesa. Ma ora sapevo quanta speranza di aiuto potessi riporre nel Popolo delle Bestie.
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CAPITOLO 13. A PARLAMENTO.
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Mutai di nuovo direzione e camminai verso il mare. La corrente calda si allargava in un canneto sabbioso popolato da una moltitudine di granchi e di altri animali dai lunghi corpi e dalle immense zampe.
Camminai fin presso l'orlo dell'acqua salsa poi mi voltai e fissai lo sguardo verso il fogliame interrotto dal burrone fumoso. Ero troppo eccitato e, cosa vera bench coloro che non hanno conosciuto il pericolo possano dubitarne, troppo disperato per morire. Per un momento sperai ancora in una via d'uscita. Mentre Moreau e Montgomery con le loro canaglie bestiali mi davano la caccia traverso l'isola, non potevo forse percorrere la riva in giro all'isola fino a raggiungere il loro asilo?
Con una pietra avrei sfondato la serratura dell'uscio pi piccolo e, trovato un coltello una pistola od altro, avrei potuto tener loro testa quando fossero tornati. Era ad ogni modo un metodo per vendere cara la pelle.
Cos mi volsi verso il ponente e camminai lungo la riva. Il sole volgeva al tramonto e mi accecava. La lieve marea del Pacifico avanzava con un leggero increspamento della superficie. Dopo un po' la spiaggia pieg verso sud ed ebbi il sole a destra. Poi d'un tratto, lontano davanti a me scorsi alcune figure emergere dai cespugli. Moreau col suo mastino, poi Montgomery con due altri. Rimasi fermo a guardarli ad avvicinarsi. I due uomini bestie venivano avanti di corsa per tagliarmi la strada verso la boscaglia. Montgomery pure avanzava correndo in linea retta verso di me. Moreau seguiva a passo pi lento col cane.
Mi scossi dall'inazione nella quale ero caduto dirigendomi verso il mare, ed entrai nell'acqua. Dovetti percorrere trenta metri prima che le onde mi giungessero alla vita. Potevo vedere confusamente gli animali marini scappare davanti a me.
Ma cosa state facendo? grid Montgomery.
Io mi volsi, immerso fino al busto nell'acqua, e lo guardai. Montgomery stava ansante presso la riva. Il suo volto era di un rosso vivo per lo sforzo compiuto, i suoi lunghi capelli biondi gli volavano attorno al capo e il suo labbro inferiore cascante mostrava le sua dentatura irregolare. Moreau giunse in quel punto, col suo viso pallido e fermo, e il cane che teneva al guinzaglio prese a latrare contro di me. Entrambi gli uomini avevano grosse fruste. Pi indietro su per la spiaggia stavano gli Uomini Bestie a guardare.
Che faccio? Vado ad annegarmi, risposi.
Montgomery e Moreau mi guardarono.
Perch? chiese Moreau.
Perch  meglio morire che essere torturato da voi.
Ve l'avevo detto, disse Montgomery a Moreau.
Che cosa vi fa pensare che vi torturer? domand Moreau.
Quel che ho veduto, dissi io. E poi quegli uomini laggi.
Silenzio! disse Moreau e lev in alto la mano.
No, replicai, erano uomini; che cosa sono adesso? Io non voglio diventare come loro. Guardai oltre i miei interlocutori. Sulla spiagga c'era M'ling, l'assistente di Montgomery e uno di quei bruti fasciati di bianco che stavano sul battello. Pi addietro, sotto l'ombra degli alberi, vidi il mio Uomo Scimmia, e dietro di lui alcune altre figure incerte.
Chi sono quelle creature? dissi, segnandole col dito, ed elevando sempre pi la voce perch potesse arrivare fino a loro. Erano uomini, uomini come voi, che avete rovinati con qualche orrenda operazione, uomini che voi avete resi schiavi e che ancora temete. Voi che ascoltate, gridai, segnando a dito Moreau, e rivolgendomi agli Uomini Bestie. Voi che ascoltate! Non vedete che costoro vi temono, che sono pieni di paura? Perch dunque li temete? Voi siete molti....
Per amor di Dio, url Montgomery, finitela, Prendick!
Prendick! grid Moreau.
E ambedue vociavano assieme come per soffocare la mia voce. Dietro di loro stavano gli Uomini Bestie pieni di meraviglia, colle loro mani deformi penzolanti, colle loro spalle appiattite. Pareva che tentassero di comprendermi, di ricordare qualcosa del loro passato umano.
Seguitai a gridare, che essi potevano ammazzare Moreau e Montgomery: che non si doveva aver paura di loro: questo era il succo di ci che io misi in testa per mia definitiva rovina al Popolo delle Bestie. Vidi l'uomo dagli occhi verdi, col quale m'ero incontrato la sera del mio arrivo, uscire di tra gli alberi e altri seguirlo per udire meglio.
Finalmente per mancanza di fiato mi tacqui.
Ascoltatemi un momento, disse la voce calma di Moreau, e poi dite quel che volete.
Ebbene? dissi io.
Egli toss, pens, indi grid:
Latino, Prendick! Cattivo Latino! Latino maccheronico. Ma cercate di comprendere. Hi non sunt homines, sunt animalia quae nos habemus... vivisezionato. Venite a terra.
Scoppiai a ridere. Una bella storiella. Parlano, costruiscono case, sanno di cucina, sono uomini. Di qui non esco.
L'acqua un po' pi in l dove siete voi  profonda... e piena di pescicani.
 quello che mi occorre, risposi.
Aspettate un minuto. Estrasse di tasca un oggetto che luccicava al sole e lo lasci cadere ai suoi piedi.  una rivoltella carica, disse. Montgomery far lo stesso. Ora noi risaliremo la spiaggia fino alla distanza che voi riterrete necessaria alla vostra sicurezza. Poi verrete a pigliare le rivoltelle.
Io no. Uno di voi ne ha una terza.
Ponderate bene, Prendick. In primo luogo, io non vi ho mai chiesto di venire su quest'isola. Secondariamente, se avessimo voluto farvi del male, vi avremmo somministrato un soporifero la notte scorsa; e in terzo luogo, ora che vi  passato il primo momento di panico, e potete riflettere un poco,  proprio Montgomery il tipo che voi dite? Vi abbiamo dato la caccia per il vostro bene. Perch l'isola  piena di... fenomeni ostili. Perch dovremmo volere uccidervi dal momento che vi siete offerto voi stesso di annegarvi?
Perch avete aizzato... la vostra gente contro di me, quando ero della capanna?
Eravamo sicuri di pigliarvi e di portarvi fuori di pericolo. Dopo ci siamo scostati volontariamente dalle vostre traccie, pel vostro bene.
Ci pensai un po'. Tutto ci pareva verosimile. Ma mi rammentai qualche altra cosa.
Ma io ho visto, dissi, nel recinto...
Era il puma.
Guardate, Prendick, disse Montgomery. Siete un solenne somaro. Uscite dall'acqua e pigliate queste rivoltelle e parlate. Non possiamo fare di pi di quel che facciamo adesso.
Confesser che allora diffidavo e temevo Moreau. Ma Montgomery era un uomo che credevo di capire.
Risalite la riva, io dissi dopo aver riflettuto, tenendo le mani in alto.
Questo no, disse Montgomery con un cenno esplicativo al di sopra delle sue spalle.  umiliante.
Allora, portatevi fino agli alberi.
Che cerimonia balorda, disse Montgomery.
Entrambi voltarono le spalle e si trovarono di faccia alle sei o sette creature grottesche, che stavano l nella luce solare, massiccie, solide, mobili e pure cos incredibilmente irreali. Montgomery fece schioccare la frusta verso di loro e subitamente tutti fecero un voltafaccia fuggendo disordinatamente fra gli alberi. E allorch Montgomery e Moreau furono ad una distanza ch'io giudicai sufficiente, mi portai sulla riva, raccolsi ed esaminai le rivoltelle. Per assicurarmi contro ogni inganno ne scaricai una su di un masso tondeggiante di lava ed ebbi la soddisfazione di vederlo frantumato e la riva seminata di piombo.
Esitai ancora un momento.
Accetto il rischio, dissi finalmente, e con una rivoltella in ciascuna mano m'avviai sulla spiaggia verso di loro.
Meglio cos, disse Moreau con sincerit. Ma intanto mi avete fatto perdere un giorno intero colla vostra maledetta immaginazione.
Con una lieve aria di disprezzo che mi mortific egli e Montgomery si volsero e s'incamminarono silenziosi dinanzi a me.
Il gruppo degli Uomini Bestie, sempre in atteggiamento di curiosit, stava addietro fra gli alberi. Passai dinanzi a loro con la maggior calma possibile. Uno si mosse per seguirmi, ma si trasse di nuovo indietro quando Montgomery fece schioccare la frusta. Gli altri stettero silenziosi a guardare. Poteva essere che un tempo fossero stati animali. Ma non avevo mai veduto prima un animale che cerca di pensare.
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CAPITOLO 14. LE SPIEGAZIONI DEL DOTTOR MOREAU.
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E ora, Prendick, vi spiegher, disse il dottor Moreau, non appena ebbimo terminato di mangiare e bere. Devo confessarvi che voi siete l'ospite pi autoritario ch'io abbia mai avuto. Vi avverto che questo  l'ultimo sforzo che faccio per accontentarvi. Da ora innanzi, per qualsivoglia cosa minaccerete di suicidarvi, io non muover un dito, quand'anche ne derivasse per me qualche fastidio.
Egli si pose a sedere nella mia poltrona, tenendo un sigaro per met consumato fra le sue dita. La luce della lampada gli cadeva sui capelli bianchi: egli fissava lo sguardo fuori della finestruccia nella luce stellare. Mi sedetti il pi lungi possibile da lui, colla tavola fra di noi e le rivoltelle in pugno. Montgomery non era presente. Non mi garbava trovarmi con tutti e due in una camera cos angusta.
Ammettete che quell'essere umano vivisezionato, come l'avete chiamato voi, non , dopo tutto, che un puma? disse Moreau. Egli mi aveva fatto visitare la stanza interna per assicurarmi.
 il puma, risposi, ancora vivo, ma cos tagliuzzato e mutilato ch'io imploro di non dover mai pi vedere simili esseri viventi. Di tutte le....
Non badate a questo, disse Moreau, o almeno risparmiatemi questi sentimenti generosi. Montgomery ha fatto lo stesso. Voi ammettete che  il puma. Ora tenetevi tranquillo mentre vi svolgo la mia lezione di fisiologia. E senza indugio, cominciando col tono di un uomo estremamente seccato, ma dopo breve tempo accalorandosi egli mi spieg il suo lavoro. Fu molto semplice e convincente. Di tratto in tratto nella sua voce vibrava un lieve accenno sarcastico. E non tardai a vergognarmi delle nostre rispettive posizioni.
Le creature ch'io avevo vedute non erano uomini, non erano mai state uomini. Erano animali, animali umanizzati, trionfi della vivisezione.
Voi dimenticate tutto quel che un esperto vivisezionatone pu fare coi viventi, disse Moreau. Per parte mia sono stupito che le cose che ho fatto qui non siano state fatte prima. Certo ci sono stati dei piccoli tentativi: amputazione, recisione della lingua, estirpazioni. Voi sapete certo che lo strabismo pu essere causato e guarito colla chirurgia. Ebbene nel caso di estirpazioni avete ogni sorta di mutamenti secondari. Disturbi pigmatari, modificazioni delle passioni, alterazioni nella secrezione del tessuto grasso. Non dubito che abbiate udito parlare di queste cose!
Certo, io dissi. ma queste vostre orrende creature....
Tutto a tempo opportuno, egli disse, agitando la mano verso di me;, non sono che all'inizio. Quelli che ho nominati sono casi di alterazioni comuni. La chirurgia pu compiere cose migliori di queste. Vi  la costruzione del naso. Vien tagliato un brano di pelle dalla fronte, la si rivolta gi sul naso, e questo guarisce.  insomma, un innesto di una parte di un animale in un altro luogo del suo corpo.  pure possibile l'innesto di parte tolta da poco da un altro animale, per esempio nel caso dei denti. L'innesto di pelle e di ossa  fatto per facilitare la guarigione. Il chirurgo applica nel mezzo della ferita i brani di pelle recisa ad un altro animale, o i frammenti di osso di una vittima uccisa da poco tempo. Le creste di gallo di Hunter, forse ne avrete udito parlare, poterono crescere sul collo del toro. E i rinoceronti topi degli zuavi algerini devono pure essere tenuti in considerazione, sono mostri fabbricati col trasferimento sul muso di un pezzetto di coda di un topo comune.
Mostri fabbricati! dissi. Allora voi vorreste concludere....
S. Le creature che avete veduto sono animali ridotti a nuove forme mediante il lavoro del bistur. A questo, allo studio della plasticit delle forme viventi,  stata dedicata la mia vita. Ho studiato anni ed anni, aumentando passo passo il mio sapere. Vedo che avete l'aspetto inorridito, eppure non  cosa nuova quel che vado dicendovi. Da anni tutto questo  noto in anatomia, ma nessuno ha avuto l'audacia di metterlo in pratica. Non  solamente la forma esteriore di un animale ch'io posso mutare. La fisiologia, il ritmo chimico della creatura pu pure essere messo in grado di subire una durevole modificazione. La vaccinazione e altri sistemi di inoculazione di materie morte o viventi sono esempi che, senza dubbio, vi saranno famigliari. Un'operazione simile  la trasfusione del sangue, colla quale ho cominciato i miei lavori. Ma tutti questi casi sono comuni. Meno comuni, e probabilmente di una portata maggiore, furono le operazioni di quegli operatori medioevali che fabbricavano nani e mendici storpi e mostri da fiera: di quell'arte rimane ancora qualche vestigio nel trattamento preliminare che subiscono i giovami saltimbanchi o contorsionisti. Victor Hugo ne d notizia ne L'homme qui rit... Forse ora quel che vi volevo dire comincia a farsi pi comprensibile. Voi cominciate a vedere che  possibile trapiantare i tessuti da una parte all'altra del corpo di un animale, oppure da un animale all'altro; alterare le sue reazioni chimiche e i suoi metodi di sviluppo; modificare le articolazioni delle sue membra e mutarlo addirittura nella sua pi intima struttura.
Eppure questo meraviglioso ramo del sapere non  mai stato curato come fine a se stesso e sistematicamente dai moderni investigatori, finch non vi posi mano io! Alcune di tali cose sono state trovate per caso durante operazioni chirurgiche: la maggior parte degli esempi del genere che vi sorgeranno nella mente sono stati dimostrati per caso da tiranni, da criminali, da allevatori di cavalli, di cani, da tutta una specie di uomini senza cultura ed inesperti che lavoravano per il loro vantaggio immediato. Io sono stato il primo ad affrontare questo problema armato della chirurgia antisettica e di una conoscenza veramente scientifica delle leggi di sviluppo.
Pure si potrebbe pensare ch'esso sia stato risolto prima in segreto. Creature come i fratelli Siamesi... E nei sotterranei dell'Inquisizione. Noti vi  dubbio che scopo principale era la tortura raffinata ma qualcuno almeno degli inquisitori deve avere avuto un tantino di curiosit scientifica.
Ma, interruppi, queste cose, questi animali parlano!
Egli conferm e procedette a spiegare che le possibilit della vivisezione non si arrestano alle sole metamorfosi fisiche. Un maiale pu essere educato. La struttura mentale  ancor meno limitata di quella corporale. Nella nostra scienza dell'ipnotismo, che fa continui progressi, noi troviamo la premessa di una possibilit di sostituire antichi radicati istinti con nuove suggestioni, sostituendo le idee fisse ereditate. E infatti, moltissimo di ci che noi chiamiamo educazione morale  modificazione artificiale o pervertimento dell'istinto; la pugnacit viene trasformata in coraggio, in sacrificio di se stesso e la sessualit soppressa dalle esaltazioni religiose. La grande differenza fra l'uomo e la scimmia consiste nella laringe, nella capacita di costruire simboli sonori di varie sfumature sui quali possa appoggiare il pensiero. Su questo punto non ero d'accordo con Moreau ma egli con una certa scortesia rifiut di tenere in considerazione la mia obiezione.
Ripet che la cosa stava cos e continu il racconto del suo lavoro.
Gli chiesi per quale motivo aveva pigliato a modello la forma umana. Allora mi pareva, e mi pare ancora adesso, che ci fosse una strana perversit in quella scelta.
Confess di aver scelto quella forma per caso.
Avrei potuto parimenti lavorare e trasformare pecore in llama e llama in pecore. Io credo che nella forma umana vi sia qualcosa che risveglia il genio artistico della mente con molto maggior vigore che non faccia qualsivoglia altra forma animale. Ma io non mi sono limitato a creare degli uomini. Una volta o due... egli si tacque. Questi anni! Come sono volati via rapidamente! E dire che ho consumato un giorno per salvarvi la vita e ora sto consumando un'ora per darvi delle spiegazioni!
Ma, dissi, io non capisco ancora. Come giustificate tutte le sofferenze che infliggete? L'unica scusante della vivisezione sarebbe per me qualche applicazione...
Precisamente. Ma che volete farci, io sono fatto diversamente. Noi partiamo da due punti di vista differenti. Voi siete un materialista.
Io non sono un materialista, cominciai con calore...
Secondo il mio punto di vista, secondo il mio punto di vista... Perch  proprio la questione del dolore che ci divide... Fintantoch la percezione visiva o uditiva di un dolore vi far star male, fintantoch sarete mosso dai vostri proprii dolori, fintantoch il dolore former la base delle vostre idee rispetto al male ed al peccato, fino allora, ve lo dico io, non sarete che un animale, solo con dei pensieri pi complessi. Questo dolore...
A tale sofisticazione diedi in una scrollata di spalle.
Ma  ovvio. Una mente veramente aperta ai dettami della scienza deve comprendere la verit di quanto io dico. Pu essere che, tranne in questo minuscolo pianeta, in questo granello di polvere cosmica, invisibile alla stella pi vicina, pu essere dico che in nessun altro luogo esista questa sensazione chiamata dolore. Le leggi verso le quali c'incamminiamo tastoni... ma, e poi, anche su questa terra, anche fra cose che vivono, che cos' il dolore?
Trasse di tasca, mentre parlava, un temperino, ne apr la lama pi piccola e spost la sedia in modo ch'io potessi vedere la sua coscia. Indi, scegliendo deliberatamente il luogo, egli si conficc la lama nella gamba e la ritrasse.
Senz'alcun dubbio, questo l'avete visto fare prima d'ora.
Non fa pi male della puntura di uno spillo. Ma che cosa dimostra? La capacit di soffrire non  necessaria nei muscoli e non ci si trova; non  che un po' necessaria nella pelle e nella coscia soltanto qua e l vi  qualche punto sensibile al dolore.
Il dolore  semplicemente il nostro intimo consigliere medico per avvertirci e stimolarci. Non tutta la carne viva  suscettibile di dolore, n tutto  nervo, e nemmeno tutto  nervo sensorio. Non vi  ombra di dolore, di vero dolore, nelle sensazioni del nervo ottico. Se ferite il nervo ottico non vedete altro che fasci di luce, come, del resto, una malattia del nervo uditivo produce soltanto un ronzo nel nostro orecchio. Le piante non sentono dolore; gli animali inferiori come la stella di mare e il granchio neppure.
Quanto agli uomini; pi sono progrediti e pi intelligenza essi adoperano nel perseguire il loro benessere e minore sar lo stimolo di cui abbisognano per tenersi lontani dai pericoli. Io non ho mai visto cosa inutile che presto o tardi non sia stata espulsa dalla esistenza per mezzo dell'evoluzione.
E il dolore sta diventando inutile.
Del resto io sono un'uomo religioso, Prendick, come deve esserlo ogni uomo sano. Pu essere ch'io mi immagini di essere meglio di voi sui metodi usati dal creatore di questo mondo, ma io ho cercato le sue leggi a modo mio per tutta la mia vita mentre voi credo non abbiate mai fatto altro che collezionare delle farfalle. E ve lo affermo io, il piacere e il dolore non hanno nulla a che fare col cielo o coll'inferno. Piacere e dolore... Che cosa  l'estasi del teologo se non l'uri di Maometto al buio? Questa importanza che gli uomini e le donne danno al piacere e al dolore, Prendick,  il marchio della bestia ch'essi hanno in loro, il marchio della bestia dalla quale provengono. Dolore. Dolore e piacere noi li sentiremo soltanto finch ci avvoltoleremo nella polvere...
Vedete: io ho proseguito in queste mie indagini proprio per la via che essi mi hanno indicata.  l'unico modo fruttuoso di investigazione che mi conosca. Ponevo una domanda, ideavo qualche metodo per ottenere una risposta, e ottenevo una domanda nuova. Questo o quello  possibile? Voi non potete figurarvi cosa significhi tuttoci per un indagatore, quale passione intellettuale si sviluppi entro di lui. Voi non potete immaginarvi lo strano infinito piacere di questi desideri intellettuali. La cosa che ci sta dinanzi, non  pi un animale, un nostro prossimo, ma un problema. La sofferenza per simpatia, tutto quello che so di essa  un ricordo di molti anni fa. Io ho voluto scoprire l'estremo limite di plasticit di una forma vivente.
Ma  abbominevole... dissi.
Fino ad oggi non mi sono mai dato pensiero dell'etica della materia. Lo studio della natura rende l'uomo altrettanto insensibile della natura. Ho sempre proseguito nelle mie ricerche senza occuparmi se non della questione alla quale miravo e il materiale ... laggi entro quelle capanne... Sono quasi undici anni che siamo venuti qui io Montgomery e sei canachi. Mi rammento come se fosse ieri il silenzio verde dell'isola e l'oceano d'intorno a noi. Pareva che il luogo mi aspettasse. Le provviste furono sbarcate e venne costruita la casa. I canachi fabbricarono alcune capanne nei pressi del burrone. Mi misi all'opera con quel che avevo portato con me. Dapprincipio accaddero alcuni accidenti spiacevoli. Incominciai con una pecora e dopo una giornata e mezzo mi scivol il bisturi e l'ammazzai, ne presi un'altra e ne feci una cosa di dolore e di spavento, poi fasciai le due ferite perch guarissero. Allorch ebbi finito mi pareva di aspetto veramente umano, ma poco dopo degener. Si ricordava di me ed era terrorizzata oltre ogni dire, e non aveva pi intelligenza di una pecora. Quanto pi la guardavo e tanto pi sgraziata mi pareva, finch da ultimo tolsi quel mostro dalle sue miserie. Questi animali senza coraggio, questi esseri paurosi dominati dal terrore, privi della pi piccola scintilla di energia combattiva per affrontare i tormenti non sono atti a creare degli uomini.
Dopo pigliai un gorilla che avevo e su di esso, lavorando con somma cura e vincendo ogni sorta di difficolt, creai il mio primo uomo. Per tutta la settimana notte e giorno, io lo modellai; era sopratutto il cervello che aveva bisogno di essere rifatto; molto v'era da aggiungere, molto da cambiare. Appena lo ebbi finito, mentre giaceva fasciato, legato e immobile innanzi a me, mi parve un bell'esemplare del tipo negroide.
Non lo abbandonai che quando fui certo che sarebbe sopravvissuto. Ritornai alle mie stanze dove ove trovai Montgomery in uno stato molto simile al vostro. Aveva udito alcune delle grida emesse dall'essere che stava diventando uomo, grida somiglianti a quelle che vi hanno cos turbato. Dapprima non gli rivelai completamente tutto. Anche i canachi, si erano accorti di qualcosa. Alla mia vista diventavano folli di terrore. Persuasi Montgomery e fra tutt' due sudammo sette camicie per impedire ai canachi di disertare, ma ci riuscirono alfine e noi perdemmo lo yacht.
Dedicai molto tempo all'educazione del mio bruto, in tutto tre o quattro mesi. Gli insegnai i rudimenti della lingua inglese, a far di conto persino a leggere l'alfabeto. Ma era molto tardo quantunque io mi sia imbattuto in idioti molto pi lenti. Cominci con un foglio bianco, mentalmente; nel suo cervello non era rimasta memoria alcuna di ci ch'era stato. Quando le sue cicatrici furono ben guarite che ogni traccia di dolori e di rigidit scomparve, quando seppe pronunziare qualche parola lo portai laggi e lo presentai ai canachi come un loro nuovo compagno.
Dapprima ebbero una gran paura di lui, e ci fu per me offensivo in quanto ne ero orgoglioso, ma poi le sue maniere parvero cos mansuete, ed egli fu cos servile che dopo un certo tempo essi lo accolsero e si incaricarono della sua educazione. Fu pronto ad imparare ed imitare ed in breve, da s, seppe costruirsi una capanna un po' migliore delle solite baracche. Uno dei miei canachi aveva la stoffa del missionario. Gli insegn a leggere e gli diede qualche idea rudimentale di morale, ma sembrava che le abitudini della bestia non fossero tutto ci che vi pu essere di pi desiderabile.
Mi riposai alcuni giorni e mi ripromisi di scrivere un esposto sui risultati conseguiti per risvegliare la fisiologia inglese. Ma un giorno mi imbattei nella mia creatura che si era arrampicata su un albero e di l insultava e vociava contro due canachi che l'avevano contrariato.
La minacciai, le dissi che tale suo procedimento era tutt'altro che umano, feci destare in lei il senso della vergogna, e venni qui risoluto a far meglio prima di riportare il mio lavoro in Inghilterra. Ho fatto di meglio; ma, non so come, le cose vanno di nuovo a ritroso, l'ostinata carne dei bruti subisce giorno per giorno un processo involutivo e degenera sempre pi; la bestialit riprende giorno per giorno il sopravvento.
Ma voglio fare di pi e ci riuscir. Questo puma...
Ma torniamo al racconto. Tutt'i canachi ora sono morti. Uno cadde fuori dalla lancia, l'altro mor di una ferita ad un calcagno con susseguente infezione. Tre fuggirono con lo yacht e spero si siano annegati. Il sesto... fu ucciso. Ma io li ho sostituiti. Montgomery dapprima si comport come voi, poi...
Che ne fu dell'altro canaco, chiesi con risolutezza, dell'altro canaco che fu ucciso?
Il fatto  che dopo aver fatto un certo numero di creature umane, feci pure un essere...
Esit.
Ebbene? diss'io.
Fu ucciso.
Non comprendo che vogliate dire...
Che uccise il canaco, s. Uccise quello ed altre cose che riusc ad agguantare. Per un paio di giorni gli demmo la caccia. Si era liberato accidentalmente senza che io avessi l'intenzione di lasciarlo libero. Non era finito. Era un puro esperimento. Era una cosa senza membra con una faccia orribile che strisciava sul suolo come un serpente. Aveva una forza prodigiosa e camminava dondolandosi a somiglianza di un porco marino. Stette celata per qualche giorno fra i boschi, rovinando tutto ci che trovava finch le demmo la caccia e allora essa si ritrasse nella parte settentrionale della isola. Noi ci dividemmo per coglierla in mezzo. Montgomery insistette per accompagnarmi. Il canaco aveva una carabina e quando si trov il suo corpo una delle canne era curvata a S e quasi perforata dai morsi... Montgomery uccise il mostro con un colpo di fucile... Dopo questo fatto mi attenni fedelmente alle idee di umanit eccetto che per le piccole cose.
Tacque. Io sedevo silenzioso guardandolo in faccia.
Cos per venti anni interi, contando nove anni in Inghilterra, ho condotto innanzi le mie ricerche e in ogni tentativo che faccio vi  ancora sempre qualcosa che mi vince e mi rende insoddisfatto, che mi sprona a nuovi tentativi. Talora mi sollevo al di sopra del mio livello, talora precipito al disotto ma mai riesco a raggiungere l'ideale che sogno. Adesso riesco sempre, quasi con facilit, ed il soggetto  or flessibile e grazioso, or forte e grosso, ma spesso mi trovo imbarazzato con le mani e con gli artigli che sono cose difficili e che non oso modellare troppo liberamente. Ma  nel delicato lavoro d'innesto cui  necessario sottoporre il cervello che mi trovo impacciato.
L'intelletto resta spesso di natura stranamente inferiore, con inspiegabili lacune, e vuoti inaspettati. E il meno soddisfacente di tutto  un punto che non posso toccare. Non posso stabilire dove abbiano sede le brame e gli istinti, i desideri che torturano l'umanit: strano serbatoio occulto che scoppia improvviso ed inonda tutto l'essere di collera di odio o di timore. Queste creature quando le osservate paiono strane e rozze, ma a me, appena dopo averle create, sembrano incontestabilmente degli esseri umani.  dopo, quando li osservo, che la mia persuasione si dilegua. Prima un tratto animale, poi un altro affiorano e si rivelano e mi fanno sembrare evidente... Ma voglio vincere. Ogni volta che immergo una creatura vivente in un bagno di truce dolore mi propongo di liberarla da ogni sua animalit, questa volta, mi dico, far una creatura ragionevole. Infine che sono dieci anni? L'uomo ne ha richiesti centinaia di migliaia per la sua creazione.
Sembr immergersi in pensieri profondi.
Ma sto avviandomi alla meta. Questo puma...
E dopo un po':
E sempre degenerano. Appena la mia mano si stacca da essi la bestia riprende terreno, ricomincia a rivendicare i suoi diritti.
Altro lungo silenzio.
Cos voi mandate i mostri fabbricati in quelle spelonche?
Vanno l. Allorch mi accorgo che l'animalit rinasce in loro li metto in libert e dopo poco essi vanno l.
Hanno tutti una paura terribile di questa casa e di me. Laggi vi  una specie di parodia di umanit. Montgomery ne sa qualcosa, poich si intromette nelle loro faccende. Ne ha istruiti uno o due per il nostro servizio. Per quanto ne abbia vergogna credo che egli ami un po' questi esseri.  affar suo, non mio. Essi non fanno che infastidirmi perch sono la prova del mio insuccesso. Non mi occupo di loro. Credo ch'essi seguano le istruzioni del canaco missionario e abbiano una specie di ridicola adorazione per la vita razionale; povere bestie! V' qualcosa ch'esse chiaman legge. Vanno intorno continuamente cantando inni. Si costruiscono da loro le tane, raccolgon frutti e strappan erbe, si sposano anche. Ma io non posso vedere in fondo ad esse le loro anime che sono e rimangono anime di bestie, bestie che periscono, col desiderio di vivere e di soddisfarsi.
Pure sono singolari. Complessi, come ogni altra cosa viva. In essi vi  una specie di tendenza ad innalzarsi, in parte vanit, in parte eccesso di emozione sessuale, in parte eccesso di curiosit. Il che non fa che trarmi in inganno... Ho qualche speranza in questo puma; ho lavorato di lena nella sua testa e nel suo cervello...
E ora, disse levandosi in piedi dopo un lungo silenzio, durante il quale ognuno di noi aveva seguito il corso dei propri pensieri;, che pensate? Avete sempre paura di me?
Lo guardai e non scorsi che un uomo canuto dal volto pallido e con gli occhi tranquilli. Per la sua serenit e pacatezza, per la sua magnifica struttura avrebbe potuto ben figurare fra un centinaio di altri gentiluomini. Mi sentii percorrere da un brivido. Per rispondere alla domanda che m'aveva rivolto gli porsi una rivoltella con ciascuna mano.
Tenetele, mi disse trattenendo uno sbadiglio. Si alz in piedi, mi fiss un momento e sorrise. Avete avuto due giorni avventurosi, vi consiglierei a dormire un po'. Sono lieto che tutto si sia chiarito. Buona notte.
Stette un momento pensoso, indi usc per la porta interna. Io girai senza indugio la chiave di quella esterna. Mi posi di nuovo a sedere e rimasi per un certo tempo in una specie d'immobilit spirituale, stanco, emozionato, mentalmente, fisicamente, incapace gli pensare. La finestra nera mi fissava a somiglianza d'un grande occhio. Con uno sforzo spensi la lampada e mi buttai nell'amaca.
Quasi subito mi addormentai.
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CAPITOLO 15. ALCUNI CENNI SUL POPOLO DELLE BESTIE.
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Mi svegliai per tempo. La spiegazione di Moreau mi stava ancora nella mente, chiara e precisa. Scesi dall'amaca e mi accostai all'uscio per assicurarmi che la chiave fosse girata. Poi provai la sbarra della finestra e la trovai solidamente fissata. Sapendo che codeste creature a foggia d'uomo non erano che mostri bestiali, che trasformazioni grottesche d'uomini, ero pieno d'una vaga inquietitudine circa le loro possibilit e questa inquietitudine era molto peggiore di qualunque timore definito.
Si buss all'uscio ed io udii M'ling che parlava. Mi insinuai in tasca una delle rivoltelle, impugnai l'altra e gli aprii.
Buon giorno, signore, disse portando dentro in aggiunta alla solita colazione di erbaggi, un coniglio mal cucinato. Montgomery lo seguiva. Il suo sguardo si ferm sulla posizione del mio braccio e sorrise biecamente.
Il puma quel giorno era in riposo per affrettare la sua guarigione, ma Moreau ch'era d'abitudine singolarmente solitario, non ci raggiunse. Parlai con Montgomery per chiarire le mie idee circa la vita del Popolo delle Bestie. In particolar modo mi premeva sapere perch quei mostri non aggredivano Moreau e Montgomery e non si sbranavano l'un l'altro.
Mi spieg che la sicurezza relativa di Moreau e sua era dovuta al limitato campo mentale di quei mostri. Ad onta dell'aumentato livello della loro intelligenza e delle tendenze dei loro istinti animali a risvegliarsi, essi avevano certe idee fisse iniettate da Moreau nelle loro menti, e che limitavano assolutamente la loro immaginazione. Erano realmente ipnotizzati, era stato loro detto che certe cose erano impossibili e certe altre non dovevano farsi, e questi divieti si erano fissati nelle loro menti oltre ogni possibilit di disobbedienza o di discussione. Tuttavia, certe faccende, nelle quali il vecchio istinto contrastava colle idee inculcate da Moreau, erano in uno stato di minore stabilit. Una serie di precetti, chiamati la Legge, combattevano nelle loro menti contro desideri profondamente radicati e sempre ribelli delle loro nature animali. Questa Legge essi l'andavano sempre ripetendo e sempre... violando. Montgomery e Moreau spiegavano una premura speciale per lasciar loro ignorare il gusto del sangue. Tenevano le inevitabili suggestioni di questo sapore.
Montgomery mi disse che la Legge, specialmente fra i mostri d'origine felina, diveniva stranamente debole sul cader della notte; l'animale aveva allora sopravvento, e osavano cose, che non avrebbero mai fatto durante il giorno. Cos si spiegava l'inseguimento da parte dell'Uomo Leopardo la notte del mio arrivo. Ma durante i primi giorni del mio soggiorno la Legge non era stata violata che di soppiatto, e dopo il calar del sole; di giorno dominava un'atmosfera generale di rispetto per le sue varie proibizioni.
E qui mi sia concesso citare alcuni fatti generali riguardanti l'isola e il Popolo delle Bestie. L'isola, era di disegno irregolare e giaceva a lievissima altezza sul livello del mare; aveva un'area totale, suppongo, di sette od otto miglia quadrate. Era di origine vulcanica e chiusa da tre lati da scogliere di corallo. Alcuni vulcanetti eruttanti fumo verso il settentrione e una sorgente calda, erano le uniche vestigia delle forze che l'avevano creata. A quando a quando si faceva sentire un sottile fremito di terra, e talvolta le spire ascendenti del fumo erano rese tumultuose da sbuffi di vapore. Ma questo era tutto. La popolazione dell'isola, a quanto mi disse Montgomery, ora contava un po' pi di sessanta di quelle strane creature di Moreau, senza tenere calcolo delle pi piccole mostruosit che vivevano nella boscaglia e non avevano forma umana. In tutto ne aveva fabbricate centoventi, ma molte erano morte; e altre, come la Cosa Senzapiedi della quale mi aveva parlato, avevano incontrato una fine violenta. In risposta ad una mia domanda Montgomery disse che i mostri avevano facolt riproduttive, ma che in generale le loro creature morivano. Non vi era per traccia in loro delle caratteristiche umane dei genitori. Quando vivevano, Moreau li pigliava e imprimeva loro la forma umana. Le femmine erano meno numerose dei maschi e soggette a una grande persecuzione, malgrado la monogamia fosse imposta dalla Legge.
Mi sarebbe impossibile descrivere minutamente questo Popolo Bestia: il mio occhio non  stato allenato a raccogliere particolari e sventuratamente sono incapace di tracciare degli schizzi. Forse la cosa pi sorprendente in loro era la sproporzione fra la lunghezza delle gambe e quella del corpo. Pure, la nostra idea di bellezza  cos relativa, il mio occhio riusc ad abituarsi alle loro forme e da ultimo anch'io mi persuasi con loro che le mie lunghe coscie erano brutte. Il capo lo portavano molto avanti e la loro spina dorsale era goffamente curvata. Anche all'Uomo Scimmia mancava quella sinuosit interna del dorso che rende cos graziosa la figura umana. Molti avevano le spalle appuntate all'ins e un corto avambraccio portato lungo il fianco. Pochi erano abbondantemente coperti di pelo; almeno fino al giorno della mia partenza dall'isola.
Un'altra deformit pi appariscente risiedeva nei loro volti, quasi tutti prognati, mal formati presso le orecchie, con nasi larghi e protuberanti, coperti di pelo finissimo, e con occhi spesso di colori strani o in posizione anormale. Nessuno poteva ridere, quantunque l'Uomo Scimmia fosse capace di una specie di smorfia simile al riso. Oltre questi caratteri generali le teste avevano poco di comune tra loro. Ognuna di esse conservava la caratteristica della specie cui apparteneva; l'impronta umana deformata ma non distrutta nascondeva il leopardo, il bue, o il majale o qualsiasi altra bestia, con la quale il mostro era stato confezionato. Anche le voci variavano in sommo grado. Le mani erano sempre malformate; e bench alcune di esse mi sorprendessero per la loro inaspettata umanit, quasi tutte erano deficienti nel numero delle dita, tozze verso le unghie e mancanti di ogni sensibilit tattile.
I due pi formidabili animali-uomini erano il mio Uomo Leopardo e una creatura fra la Iena e il Porco. Pi grosse di queste erano le tre creature taurine che trascinavano il battello. Poi veniva l'Uomo dal pelo Argenteo, che era anche il Banditore della Legge, M'ling e una specie di satiro fra la scimmia e il becco. Vi erano tre Uomini Porci ed una Donna Scrofa, una Cavalla-Rinoceronte, e parecchie altre femmine di cui non scopersi l'origine, parecchi Uomini-Lupi, un Orso-Toro, e un Uomo Cane di S. Bernardo. Ho gi descritto l'Uomo Scimmia. V'era anche una vecchia, in particolar modo schifosa, tra la Volpe e l'Orso, che io detestai fin dal principio. Ed ancora un certo numero di bestie pi piccole fra le quali la mia creatura tardigrada.
Dapprincipio io avevo un orrore raccapricciante di quei bruti, sentivo troppo bene che erano ancora bestie; ma a poco a poco il mio pensiero si abitu ad essi e, di pi, fui commosso dall'attitudine di Montgomery nei loro riguardi. Era tanto tempo ch'egli stava con loro che era giunto a considerarli quasi come essere umani normali. Soltanto una volta all'anno o gi di l egli si recava ad Arica a trattare coll'agente di Moreau, mercante di animali, e si incontrava difficilmente in quel villaggio di mercanti spagnuoli con qualche tipo umano di gran bellezza. Gli uomini di bordo, cos mi disse, gli parvero dapprima altrettanti Uomini Bestie; le loro gambe gli parevano lunghe, il volto piatto, la fronte prominente; inoltre li trovava sospettosi, pericolosi, cattivi. Non gli garbavano, insomma, gli uomini in generale. Solo per me aveva provato simpatia, perch mi aveva salvata la vita.
M'immaginai ch'egli provasse un sentimento abbietto di benevolenza per quei bruti trasformati, una morbosa simpatia per alcune loro maniere, benevolenza e simpatia che tentava per di tener segreta.
M'ling, l'uomo dalla faccia nera, suo assistente, il primo degli Uomini Bestie da me incontrato, non viveva cogli altri nell'isola, ma in un piccolo canile dalla parte posteriore del recinto. Questa creatura non era cos intelligente come l'Uomo Scimmia, ma molto pi docile, e di tutti gli Uomini Bestie quello dall'aspetto pi umano. Montgomery gli aveva insegnato a preparare il cibo e ad accudire a tutti i bassi servizi domestici. Era un complicato esemplare dell'orribile abilit di Moreau, un orso, con accenni al cane e al bue, e una delle pi elaborate di tutte le sue creature. Trattava Montgomery con una tenerezza e una devozione strana. Questi soleva osservarlo, accarezzarlo, chiamarlo con nomi scherzosi; talvolta, per, lo maltrattava, specialmente dopo essersi ubriacato, ed allora gli assestava calci, lo percuoteva, lo faceva bersaglio a sassi o a tizzoni accesi. Ma, trattato bene o male, M'ling nulla preferiva allo stargli vicino.
M'abituai, dunque, al Popolo delle Bestie: molte cose che mi erano sembrate innaturali e ripugnanti, assai presto divennero per me naturali e comuni. Ogni cosa esistente trae il suo aspetto dall'ambiente che la circonda: Montgomery e Moreau erano tipi troppo speciali e individuali per mantenere ben definite le mie impressioni.
Se vedevo una di quelle tozze creature Bovine, che lavoravano nella lancia, camminar pesantemente sotto la boscaglia, capitava che mi domandassi, sforzando la memoria, di quanto differisse da qualche lavoratore veramente umano che camminava pesantemente, verso casa dopo il quotidiano lavoro meccanico; oppure mi accadeva di incontrare l'astuta faccia della Volpe-Orso, e chiedermi in quale vicolo di quale citt l'avessi prima vista.
Pure di tratto in tratto la bestia si manifestava oltre ogni dubbio e smentita.
Un uomo ripugnante, accoccolato sull'entrata di una caverna sbadigliava mostrando ad un tratto dei canini affilati come rasoi, e se io guardavo negli occhi di una femmina vedevo improvvisamente, con un moto di repulsione, delle pupille lunghe feline o, abbassando gli sguardi, le unghie ricurve colle quali sosteneva un lembo di vestito.
 del resto una cosa della quale non so rendermi ragione, ma sta di fatto che queste strane creature ebbero, almeno nei primi tempi del mio soggiorno, un senso istintivo della loro ripugnanza e mostrarono di conseguenza un'attenzione pi che umana per la decenza e il decoro esteriore.
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CAPITOLO 16. I MOSTRI ASSAGGIANO IL SANGUE.
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Ma la mia inesperienza di scrittore mi tradisce e vado allontanandomi dallo svolgimento ordinato dei fatti.
Finita la colazione, Montgomery mi guid attraverso l'isola per mostrarmi il piccolo vulcano e la sorgente d'acqua calda che avevo guadata il giorno prima.
Eravamo entrambi armati di rivoltella e scudiscio.
Ad un tratto, in un cespuglio fitto, udimmo squittire un coniglio. Ci trattenemmo in ascolto ma il rumore presto cess e continuammo la nostra strada senza pensarci pi.
Montgomery richiam la mia attenzione su certi animaletti rossicci, dalle lunghe gambe posteriori, che saltellavano tra le foglie. Mi disse che erano creature ottenute da Moreau colla progenitura degli Uomini Bestie. Aveva creduto di formare cos una vasta colonia che gli desse ampio materiale di sostentamento, ma le sue speranze erano state frustrate dalla loro abitudine di divorarsi i piccoli.
Mi ero gi imbattuto in quelle creature: una volta durante la mia fuga davanti all'Uomo Leopardo ed una seconda il giorno prima nel corso dell'inseguimento di Moreau.
Adesso, un'altra, fuggendo sui nostri passi, and a cadere in un crepaccio e riuscimmo ad agguantarla. Soffiava e graffiava come un gatto. Tent anche di mordere ma i suoi denti erano troppo deboli per farci male. Esteticamente non era brutta e quando Montgomery mi disse che non rovinava gli alberi ed era di abitudini molto tranquille e pulite, pensai che avrebbe potuto benissimo essere sostituita ai conigli nei nostri parchi.
Pi avanti vedemmo il tronco di un albero profondamente intaccato da lunghe graffiature.
Montgomery me lo addit.
Non graffiare la corteccia degli alberi; questa  la Legge.
Ma ci badano proprio, aggiunse.
Su queste parole c'imbattemmo nell'Uomo Satiro e nell'Uomo Scimmia.
I due bipedi salutarono Montgomery.
Salute all'Altro con lo staffile, dissero.
Ce n' un Terzo collo staffile;, rispose Montgomery, in guardia.
Ma non  stato fabbricato? replic l'Uomo Scimmia, l'ha detto lui.
Il Satiro m'esamin curiosamente.
Il Terzo con lo staffile, disse, ha una faccia pallida e sottile.
Ma ha anche una frusta lunga e sottile, replic Montgomery.
Ieri sanguinava e piangeva. Voi non sanguinate e non piangete. Il Padrone non sanguina e non piange, insistette il Satiro.
Se non state attenti sarete voi a piangere e a sanguinare, minacci Montgomery.
Ha cinque dita... cinque dita... come me... disse l'Uomo Scimmia.
Andiamo Prendick, venite, disse Montgomery. Mi prese per un braccio e io lo seguii.
Il Satiro e l'Uomo Scimmia stettero a guardarci mentre ci allontanavamo, parlottando fra di loro.
Non parla, osserv il Satiro, gli uomini hanno la voce.
Ieri mi ha chiesto da mangiare. Non sapeva... ribatt l'Uomo Scimmia.
Dissero ancora qualcosa che non capii, poi il Satiro rise forte in un modo bizzarro.
Al ritorno ci imbattemmo nel coniglio morto.
Il corpo della povera bestiola era in brandelli.
Parecchie costole erano spolpate e la spina dorsale appariva interamente rosicchiata.
Montgomery si ferm preoccupato.
Per Dio...! bestemmi. Raccolse alcune vertebre per esaminarle pi da vicino.
Per Dio...! cosa significa tutto questo?...
Certo qualcuno dei vostri carnivori si  ricordato delle sue abitudini, dissi dopo un breve silenzio. Queste sono state spezzate a morsi.
Montgomery rimaneva immobile; gli occhi fissi, e le labbra contratte.
Questa scoperta non  certo di buon augurio, pronunci lentamente.
Ho visto qualcosa di simile, dissi, il giorno del mio arrivo.
Dite davvero? Cosa avete visto?
Un coniglio decapitato.
Il giorno del vostro arrivo?
La sera stessa, nel bosco, dietro il Recinto, quando uscii prima che annottasse. La testa era completamente staccata dal tronco.
Il mio compagno fischiett nervosamente fra i denti.
E credo anche di sapere quale dei vostri bruti ha commesso il fatto. Prima di imbattermi nel coniglio ne ho visto uno bere al ruscello. Ma non  che un sospetto, badate!
Beveva lambendo colla lingua?
S.
Non lambire per bere. Questa  la Legge. Se ne infischiano mica male della Legge quando Moreau non  loro alle calcagne. No?!
 stato il bruto che mi ha dato la caccia.
Si capisce.  quello che succede coi carnivori. Uccidono e poi bevono.  il sapore del sangue.
Com'era quel bruto? domand ancora, lo riconoscereste?
Stava immobile davanti ai resti del coniglio scrutando nel folto degli alberi che ci circondavano.
 il sapore del sangue... ripet.
Estrasse la rivoltella, ne esamin le cartucce, e la ripose.
Credo che potrei riconoscere il bruto. L'ho stordito con un pugno. Dovrebbe avere una bella ammaccatura sulla fronte.
Ma noi dovremmo provare che  stato lui a uccidere il coniglio. Vorrei non aver mai portate qui queste povere bestie.
Io avrei voluto continuare il cammino, ma Montgomery rimaneva sul posto seguendo un suo pensiero che evidentemente lo preoccupava molto. Mi allontanai di qualche passo poi gli gridai:
Venite!...
Trasal e mi raggiunse.
Vedete... disse lentamente e a bassa voce, noi abbiamo insegnato a tutti di non mangiare i viventi. Se, per caso, qualche bruto ha assaggiato il sangue...
Non fin; ma dopo un momento di silenzio riprese:
Mi domando ancora come sar mai successo. Ho fatto una grossa bestialit l'altro giorno... Ho insegnato al bruto che mi serve come si scuoia e si cuoce un coniglio.  strano... l'ho visto leccarsi le mani. Non ci avevo pensato prima... Ma bisogna che tutto finisca. Ne parler a Moreau.
Per tutta la strada fino a casa non gli fu possibile di pensare ad altro.
Moreau consider la faccenda ancora pi seriamente di Montgomery, e non ho bisogno di dire che ben presto la loro costernazione si impadron anche di me.
Qui ci vuole un esempio severo, disse Moreau, sono sicuro che il colpevole  l'Uomo Leopardo. Ma come dimostrarlo? Il vostro desiderio di carne, Montgomery, ci mette in un bell'imbroglio ora.
Sono stato un asino, disse Montgomery, ma ormai  cosa fatta.
Bisogna che ci occupiamo immediatamente di questo affare. Ma, prima di tutto, se succedesse qualcosa, potremmo fidarci di M'ling?
Non so, disse Montgomery, ma ho paura che dovremmo imparare a conoscerlo meglio.
Nel pomeriggio Moreau, Montgomery, io e M'ling ci dirigemmo verso le capanne sul burrone.
Noi eravamo armati, M'ling portava l'accetta che gli serviva per spaccare la legna e alcuni rotoli di filo di ferro. Inoltre Moreau teneva a tracolla un enorme corno da pastore.
Veder un'adunata di tutto il branco, mi disse Montgomery,  uno spettacolo interessante.
Moreau non disse una parola durante tutto il cammino. Una ferma risoluzione gli brillava negli occhi e sembrava immobilizzargli il viso.
Attraversammo il crepaccio in fondo al quale fumava il rivo d'acqua calda e, seguendo il sentiero fra le canne spinose, arrivammo a un largo spiazzo tutto ricoperto da una sostanza gialla polverizzata. Credo fosse zolfo. Al di l di una scarpata fitta di rocce, il mare scintillava al sole.
Si arriv ad una specie di anfiteatro naturale poco profondo. Ci arrestammo. Moreau diede fiato al corno rompendo la quiete sonnolenta del pomeriggio tropicale. Doveva avere dei polmoni d'acciaio. Il suono aument continuamente d'intensit, risvegliando tutti gli echi intorno, fino a stordirci.
Ah! Ah! fece Moreau lasciandosi cadere al fianco lo strumento.
Immediatamente si udirono dei rumori e delle voci fra le canne che circondavano l'anfiteatro. Poi da tre o quattro punti uscirono in gruppo gli Uomini Bestie, diretti a gran passi verso di noi. Non potei trattenere un brivido di paura vedendo i mostri apparire uno dopo l'altro e trotterellare alla nostra volta trascinando i piedi sulla polvere scottante.
Ma Moreau e Montgomery sembravano calmissimi; io mi strinsi ancor pi a loro.
Primo ad arrivare fu il Satiro, stranamente irreale malgrado proiettasse un'ombra e sollevasse un nugolo di polvere colle sue zampe forcute.
Dietro a lui si avanz un mostruoso essere massiccio, fra il cavallo e il rinoceronte, che, camminando, ruminava della paglia. Comparvero poi le Femmine Porco, le due Femmine Lupo, la strega Orso-Volpe dagli occhi rossi e la faccia appuntita: e degli altri ancora: frettolosi e curiosi.
A mano a mano che si avvicinavano, si mettevano a far delle capriole davanti a Moreau e a cantare, senza accordo alcuno, frammenti della seconda parte delle litanie della Legge.
A Lui, la mano che guarisce... A Lui la mano che guarisce... A Lui la mano che ferisce... e cos di seguito.
Giunti a una distanza di forse trenta metri da noi, si arrestarono e, chinandosi sulle ginocchia e sui gomiti, cominciarono a spargersi il capo di polvere.
Figuratevi voi la scena, se lo potete: noialtri, vestiti di bl, e il nostro deforme domestico nero, ritti in mezzo allo spiazzo di sabbia gialla che riluceva al sole; tutt'intorno una turba gesticolante di mostri: alcuni quasi umani nella espressione e nel gesto, altri simili a degli storpi cos stranamente deformi che si sarebbero potuti prendere per fantasmi di un incubo spaventoso.
Chiudevano la scena: da una parte il canneto, da un'altra un fitto bosco di palme e a settentrione la linea incerta dell'orizzonte dell'Oceano Pacifico.
Sessantadue... sessantatre... contava Moreau.
Ne mancano ancora quattro...
Non vedo l'Uomo Leopardo, osservai.
Moreau suon di nuovo il corno. Gli Uomini Bestie si prostarono nella polvere gemendo.
Allora, manovrando in modo da raggiungere il cerchio alle spalle di Moreau, strisci fuori dal canneto l'Uomo Leopardo.
Notai che aveva un'ammaccatura in fronte.
L'ultimo ad arrivare fu l'Uomo Scimmia.
I suoi compagni, stanchi e sudati per il gran dimenarsi nella polvere, gli gettarono un'occhiata cattiva.
Basta! grid Moreau con voce calma e risoluta. I presenti cessarono i contorcimenti e le litanie per sedersi, silenziosi, sui talloni.
Dov' il Banditore della Legge? interrog Moreau. Il mostro grigio e peloso s'inchin profondamente.
Dite le parole!
I mostri s'inginocchiarono di nuovo e dondolando goffamente il corpo a destra e a sinistra, buttando in aria ritmicamente manate di zolfo, cominciarono a ripetere i versetti.
Credo che tutti sapessero e temessero quello che stava per accadere. Li fissai in volto ad uno ad uno e notando i loro atteggiamenti bestiali e il lampo fuggevole dei loro occhi terrorizzati, mi meravigliai di averli potuto credere uomini.
La Legge  stata violata! tuon Moreau.
Non c' scampo, disse la creatura senza volto dai capelli d'argento.
Non c' scampo, ripet il Popolo in coro.
Chi  il colpevole? chiese Moreau guardandosi d'intorno e facendo schioccare la frusta.
La Iena Porco mi parve molto abbattuta e timorosa e cos pure l'Uomo Leopardo.
Moreau fiss intensamente quest'ultimo che si raccolse su se stesso con nelle pupille il ricordo e il terrore di tormenti infiniti.
Chi  il colpevole? ripet con voce minacciosa.
Malvagio  colui che trasgredisce la Legge, cant il Banditore.
Moreau piant di nuovo il suo sguardo in quello dell'Uomo Leopardo che si contorse come se gli strappassero l'anima.
Chi trasgredisce la legge... sillab Moreau distogliendo gli occhi dalla sua vittima ... Ritorna nella Casa del Dolore, fin il coro, ... ritorna nella Casa del Dolore, Padrone.
Nella Casa del Dolore, nella Casa del Dolore, strill l'Uomo Scimmia, come se quell'idea gli fosse piacevole.
Hai udito? grid Moreau al colpevole.
Hai sentito?... Ebbene?...
L'Uomo Leopardo, liberatosi dallo sguardo di Moreau, si era rizzato dritto in piedi ed ora, gli occhi in fiamme, gli enormi denti bianchi sfolgoranti sotto le labbra contratte, si slanciava verso il suo aguzzino. L'aggressione non poteva essere giustificata che con la disperazione di un terrore insopportabile.
Tutto il cerchio dei sessanta mostri si sollev intorno a noi. Estrassi la rivoltella. I due nemici cozzarono. Un secondo dopo era alle calcagna dell'Uomo leopardo. Grida furibonde ci circondarono. Credetti per un momento ad una rivolta generale.
La faccia infuriata dell'Uomo Leopardo pass vicinissima alla mia, poi quella di M'ling. Vidi la Iena Porco in atteggiamento sospetto, quasi volesse assalirmi. Anche il Satiro mi fissava in modo preoccupante al disopra delle spalle appuntite dell'Iena Porco.
Udii una detonazione della pistola di Moreau e vidi una vampata rossa balenare in mezzo al tumulto. La moltitudine che mi circondava si diresse tutta verso quel guizzo di fiamma ed anch'io vi fui trascinato. Un secondo dopo ero alle calcagne dell'Uomo Leopardo in fuga. M'ling mi precedeva stringendo da presso il fuggitivo. Pi indietro, anelanti, venivano a gran balzi le Donne Lupo, gli Uomini Porci che emettevamo alte strida di eccitazione e i due Uomini Tori nelle loro fascie bianche.
Poco dopo, alla testa del grosso del branco, Moreau, la rivoltella in pugno, i lunghi capelli bianchi al vento. Il Porco Iena procedeva al mio fianco lanciandomi occhiate furtive.
Cominci cos una corsa pazzesca.
L'Uomo Leopardo filava come un bolide attraverso le lunghe canne che si piegavano al suo passaggio per poi rinchiudersi su di lui.
L'inseguimento nel canneto dur circa un quarto di miglio, poi ci inoltrammo in una fitta boscaglia che ci paralizzava i movimenti: le fronde ci frustavano il viso, le liane ci imprigionavano i piedi, le spine ci strappavano a brandelli gli abiti e la carne.
Qui ha camminato sulle quattro estremit, osserv Moreau che mi sorpassava in quel momento.
Non c' scampo, mi sghignazz in viso l'Uomo Orso eccitato dalla caccia.
Sbucammo in terreno aperto. La belva correva leggera davanti a noi sulle quattro zampe.
Il Porco Iena correva sempre, ridendo in modo selvaggio, al mio fianco. Barcollavo, la testa mi girava, il cuore mi batteva forte e quasi mi mancava il respiro. Pure non osavo abbandonare il gruppo. Avevo troppa paura di restar solo col mio orribile compagno.
Seguitai ad onta della fatica immane e del calore intenso del pomeriggio tropicale che mi ubriacava.
Finalmente, il ritmo intenso dell'inseguimento si allent. Il colpevole era stato costretto in un angolo senza vie d'uscita. Moreau, la frusta in pugno, ci dispose su di una sola fila irregolare e avanzammo tutti assieme, lentamente, stringendo sempre pi da vicino la nostra vittima che si era accucciata, silenziosa e invisibile, fra alcuni cespugli dinanzi a noi.
Alt! grid Moreau.
Le due estremit della fila si erano ricongiunte al di l del nascondiglio.
Attenti a una sortita, avvis la voce di Montgomery dalla parte opposta alla mia.
Io mi trovavo su di un pendio che dominava i cespugli. Montgomery e Moreau battevano la china sottostante.
Avanzammo lentamente. Il mostro si teneva silenzioso.
Alla casa del Dolore, alla casa del Dolore, grid l'Uomo Scimmia a circa venti metri alla mia destra. Pi in l udii scricchiolare le foglie sotto il passo pesante del Rinoceronte Cavallo. Poi d'improvviso, nella semi oscurit di quella vegetazione lussureggiante, vidi la nostra vittima. Mi fermai. Stava raccolta su se stessa occupando il minor spazio possibile. I suoi occhi verdi luminosi mi fissavano.
Non posso spiegarmi ora questo fatto, che sembrer una strana contraddizione da parte mia, ma  certo che, vedendo quell'essere in attitudine perfettamente animale e vedendo i riflessi spiccatamente felini dei suoi occhi, ebbi malgrado tutto la percezione della sua reale umanit.
Fra un momento altri inseguitori l'avrebbero visto, e allora, catturato e vinto, sarebbe tornato ancora una volta alle torture del recinto.
Estrassi la rivoltella, mirai fra gli occhi e feci fuoco.
Colla morte gli avevo evitato pi lunghe sofferenze. Mentre sparavo, il Porco Jena aveva vista la vittima e si era scagliato su di lei piantandole i denti nel collo con un urlo selvaggio di vittoria. Dappertutto intorno a me, le masse verdi della boscaglia si aprivano per dar il passo agli Uomini Bestie che apparivano uno dopo l'altro.
Non uccidetelo, Prendick! url Moreau, non uccidetelo!
Lo vidi chinarsi mentre si gettava sotto le felci giganti. Una istante dopo aveva cacciato a frustate il Porco Jena e, aiutato da Montgomery, si dava gran da fare a tener lontano dalla vittima ancora palpitante i mostri carnivori e in particolar modo M'ling. Il banditore della Legge riusc a raggiungere il cadavere schivandomi abilmente. Gli altri animali, al colmo dell'eccitazione, mi davano urtoni per vedere pi da vicino.
Il diavolo vi porti, Prendick, maled Moreau, l'avevo bisogno vivo!
Me ne duole, dissi, mentendo, non ho potuto resistere ad un impulso inconsulto.
Volsi le spalle e, facendomi strada fra il Popolo delle Bestie, m'incamminai solo su per il pendo, verso la parte pi elevata del promontorio.
Sentii Moreau dare degli ordini. I tre Uomini Tori s'impossessarono dell'ucciso e lo trascinarono verso il mare.
Il Popolo delle Bestie mostrava una curiosit tutta umana per il cadavere e lo seguiva in massa sbuffando.
Gli Uomini Tori, neri contro il cielo trasparente del tramonto, sollevarono sulle loro spalle il pesante fardello prima di avanzarsi nell'acqua.
Come per un improvviso guizzo dello spirito, mi venne allora in mente, in modo inesprimibile, la considerazione dell'infruttuosa inutilit e dell'evidente aberrazione di tutti gli avvenimenti dell'isola.
Sulla riva, al disotto di me, stavano l'Uomo Scimmia, il Porco Jena, ed altri mostri raccolti intorno a Moreau e a Montgomery. Erano ancora tutti in preda ad una violenta eccitazione e tutti si diffondevano in interminabili giuramenti di ubbidienza alla Legge, e in assicurazioni sulla loro lealt passata.
Pure io ero sicuro che il Porco Jena doveva aver partecipato all'affare del coniglio.
Ad un tratto ebbi la strana impressione di aver sotto gli occhi, malgrado il grottesco delle forme e l'indecisione dei contorni, tutta la sintesi della vita umana, tutti i rapporti dell'istinto, della ragione, del destino, nella loro forma pi semplice.
Poveri bruti! Cominciavo a vedere il rovescio della medaglia. Non avevo ancora pensato, prima, al dolore e ai tormenti che si rovesciavano addosso a queste povere vittime anche dopo essere passate per le mani di Moreau.
Avevo solo considerate le loro sofferenze del recinto.
E non erano, in fondo, che le pi lievi.
Da bestie, erano cresciute libere, si erano plasmate al loro ambiente, erano forse state felici.
Ora si trovavano, ad ogni passo, impigliate nella loro ridicola umanit, vivevano in uno spavento continuo, angustiati da una Legge che non potevano capire. La loro mostruosa umanizzazione cominciava col dolore, continuava col terrore.
E a che scopo tutto questo? Era sopratutto la mancanza di un fine che mi irritava.
Se Moreau avesse avuto una meta giustificabile cui tendere avrei forse potuto simpatizzare un poco con lui. Non ho poi dei concetti tanto rigidi sulla sofferenza.
Avrei anche potuto perdonargli se la sua sola giustificante fosse stato l'odio. Ma egli non aveva scuse n si preoccupava di cercarne.
Era soltanto, dunque, per la sua curiosit morbosa, per il suo amore all'indagine, che degli esseri venivano strappati violentemente alla loro vita naturale perch lottassero, soffrissero e infine morissero miseramente!
Quei mostri erano dei miserabili, gli odii della loro animalit li incitavano a nuocersi l'un l'altro, ad abbandonarsi ad una violenta e corta battaglia che avrebbe posto fine alle loro animosit, ma una Legge ferrea impediva loro anche di morire secondo la loro natura.
In quei giorni il mio timore per il Popolo delle Bestie sub la stessa trasformazione di quello per Moreau. Piombai in uno stato di indifferenza profonda e durevole, tutto opposto alla paura, stato che ha lasciato tracce indelebili nel mio carattere.
Confesso che abbandonai tutta la mia fede nell'intelligenza e nelle finalit del mondo dopo che vidi il penoso disordine che regnava in quell'isola. Mi sembrava che un destino cieco e bestiale conducesse e plasmasse le esistenze, mi sembrava che Moreau, colla sua passione per l'indagine, che Montgomery, colla sua inclinazione all'alcool, che io stesso, che il Popolo delle Bestie, coi suoi istinti e le sue restrizioni mentali, fossimo crudelmente e inesorabilmente schiacciati fra la complessit infinita di un meccanismo infernale.
Ma queste considerazioni sulla vita non si manifestarono subito in me e credo anzi di anticipare un po' parlandone ora.
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CAPITOLO 17. UNA CATASTROFE.
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Occorsero quasi sei settimane prima che si dileguasse in me ogni sentimento di disgusto e orrore per gli infami esperimenti di Moreau. Il pensiero di abbandonare quell'accolta di mostri per ritornare alla dolce e salutare compagnia degli uomini mi ossessionava. Il mio prossimo, dal quale mi trovavo da tanto tempo separato, si adornava ai miei occhi di bellezze e bont paradisiache. La mia amicizia con Montgomery non aveva fatto un passo innanzi da quella del primo giorno.
La lunga separazione dagli uomini, il vizio dell'ubriachezza, la simpatia che mostrava ai Mostri, erano altrettante macchie ai miei occhi.
Parecchie volte lo lasciai andare solo fra i suoi protetti. Per conto mio evitavo con cura ogni contatto con loro. Trascorrevo la maggior parte del mio tempo sulla spiaggia interrogando l'orizzonte con un desiderio vivissimo di scorgervi una vela liberatrice.
Ma un giorno, a rompere la monotonia della mia inattivit, sopravvenne uno spaventevole disastro che mut radicalmente l'ambiente strano che mi circondava.
Eravamo circa a sette od otto settimane dal giorno del mio arrivo, e forse pi perch non mi ero dato la briga di contare i giorni, quando si produsse la catastrofe.
Quella mattina, svegliato da tre mostri che portavano legna nel recinto, mi ero svegliato per tempo e avevo fatto colazione. Erano le sei circa.
Mi posi sulla porta a fumare una sigaretta e a godermi il fresco dell'alba.
Poco dopo Moreau mi pass d'innanzi e mi salut. Lo udii aprire la porta del laboratorio ed entrarvi. A quel tempo ero ormai cos incallito agli orrori del luogo che potei udire senza emozione il puma, che cominciava un'altra giornata di tortura, accogliere il suo aguzzino con un urlo furibondo.
Poi accadde qualcosa di anormale. Sentii un altro urlo acutissimo, poi il rumore di una caduta e, voltandomi, vidi precipitarsi su di me una faccia spaventosa, n umana n animale, ma infernale, truce, tutta deformata da cicatrici incrociantesi, da dove trasudavano ancora delle gocce di sangue: gli occhi senza palpebre mandavano lampi. Alzai istintivamente un braccio per parare il colpo che mi fece ruzzolare lungo disteso per terra con un avambraccio spezzato. Il mostro, tutto avvolto da fasce di lino bianco che gli svolazzavano intorno, mi scavalc d'un balzo e continu all'impazzata la sua corsa.
Io feci una serie di ruzzoloni gi per la riva. Tentai di rialzarmi ma ricaddi sul mio braccio rotto. A questo punto apparve Moreau: il forte volto terreo reso ancora pi terribile dal sangue che gli gocciolava dalla fronte, una rivoltella in pugno.
Non mi guard neppure. Si precipit senz'altro all'inseguimento del puma.
Mi alzai a sedere aiutandomi col braccio incolume e seguii la caccia.
Il puma correva a balzi giganteschi lungo la riva del mare; Moreau lo seguiva.
Ad un tratto il mostro si guard indietro, vide il suo inseguitore, e cambi direzione muovendo verso la boscaglia. Ad ogni balzo guadagnava terreno. Moreau, correndo in linea obliqua, tent di tagliargli la strada e gli spar anche addosso mentre entrava fra gli alberi ma fall il colpo. Poco dopo anche il dottore scomparve fra il groviglio di verzura.
Il dolore al braccio mi fece emettere un gemito. Mi alzai in piedi barcollando.
Montgomery apparve colla rivoltella in pugno.
Siamo rovinati, Prendick, disse, quella belva ha una forza spaventosa... ha divelte le catene dal muro... da che parte si sono diretti?
Poi vedendo che mi tenevo stretto il braccio:
Ma voi che avete?
Stavo l, nella porta... cominciai.
Si fece innanzi e mi prese il braccio.
C' del sangue qui, osserv rimboccandomi la manica.
Si mise la rivoltella in tasca, mi visit con cura la ferita poi mi condusse in casa.
Avete il braccio fratturato... poi aggiunse:
Ditemi esattamente cosa  successo.
Gli raccontai del mio meglio quello che avevo visto mentre, con molta abilit, mi medicava.
Quando ebbe finito mi leg al collo una sciarpa, vi pose il braccio poi si fece indietro e mi guard.
Va meglio, eh? E ora...
Riflett un istante... usc e chiuse la porta del recinto. Stette assente qualche minuto.
In quel momento non mi preoccupavo che per la mia ferita: tutto il resto non mi sembrava che un incidente fra tante cose orribili.
Il dolore netto e breve del colpo si trasform in una sofferenza pungente e continua.
Montgomery ritorn con un viso spaventosamente pallido.
Non mi  riuscito n di vedere n di sentire nulla... e forse ha bisogno del mio aiuto...
Mi fiss con occhi privi di espressione. Si avvicin alla finestra, poi all'uscio.
Vado a cercarlo... vi lascio un revolver... sono molto inquieto sul suo conto...
Butt l'arma sul tavolo e usc lasciando anche me stranamente in ansia.
Non rimasi seduto a lungo. Impugnai la rivoltella e mi posi sulla soglia.
Il mattino era silenzioso; non spirava un alito di vento, il mare sembrava vetro terso, il cielo era sgombro, la spiaggia deserta.
Tutta quella pace delle cose aument ancora il mio stato di sovreccitazione e di febbre. Tentai di fischiare. Il suono si spense subito lasciando ancora pi silenzio d'intorno.
Svoltai l'angolo del recinto e fissai gli sguardi sul lembo di foresta nel quale erano scomparsi Moreau e Montgomery. Quando sarebbero ritornati? E in quale stato?
Un piccolo mostro grigio apparve sulla riva. Si precipit nell'acqua e cominci a diguazzarvi.
Tornai all'uscio della mia camera, poi ancora all'angolo del recinto e cominciai cos a camminare su e gi come una sentinella.
Una volta sola udii Montgomery in lontananza che gridava: Oh-la! Moreau!
Il braccio mi faceva meno male ma si era tutto infiammato. Mi prese la febbre e una grande arsura. Il sole era giunto allo zenith. Osservai intensamente il mostro lontano finch non se ne fu andato.
Moreau e Montgomery non sarebbero dunque pi tornati?...
Tre uccelli da preda cominciarono a disputarsi un rifiuto delle onde.
Da molto lontano, dietro al recinto, mi arriv all'orecchio lo sparo di una rivoltella. Un lungo silenzio, poi un altro sparo, seguito da un urlo spaventoso.
E... silenzio ancora! La mia fervida immaginazione cominciava gi a lavorare turbinosamente quando un terzo colpo vicinissimo mi scosse.
Montgomery usc improvvisamente dal bosco: il volto acceso, i capelli scompigliati, i calzoni laceri. Una indescrivibile costernazione era dipinta sul suo viso. Lo seguiva trottando goffamente M'ling. Le sue mascelle erano cosparse di chiazze brune preoccupanti.
 tornato? mi chiese Montgomery ansando.
Moreau? No!
Per dio! imprec prendendomi per un braccio, rientriamo... sono tutti impazziti... corrono urlando, alla cieca, per tutta l'isola...
Ma cosa  successo dunque?... Non lo so... Vi racconter... vi racconter tutto appena avr preso un po' di respiro... Dov' il cognac?
Entr precedendomi nella camera e si butt sulla poltrona. M'ling si sdrai attraverso la porta ansando come un cane.
Somministrai a Montgomery del cognac annacquato. Non dovetti attender molto che si rimettesse e mi parlasse dell'accaduto.
Aveva seguito le traccie di Moreau valendosi dei brandelli di garza e delle chiazze di sangue lasciate dal puma sugli arbusti e i rovi. Ma poi sul terreno solforoso oltre il fiume le aveva perse. Allora si era diretto a caso verso oriente chiamando a gran voce il dottore. Aveva cos incontrato M'ling che, ignaro di tutta la faccenda, stava facendo legna con una piccola scure. Avevano proceduto assieme seguiti da due mostri che li spiavano con atteggiamenti sospetti.
Montgomery aveva cercato di chiamarli ma questi erano fuggiti. Aveva deciso allora una visita alle capanne. Trov la valletta deserta.
Le sue apprensioni aumentavano e stava gi ritornando sui suoi passi quando gli si presentarono d'innanzi i due Uomini Porci in preda ad un'intensa agitazione, la bocca lorda di sangue. Montgomery aveva fatta schioccare la frusta per intimorirli ma i mostri si erano precipitati su di lui. Un colpo di rivoltella ne aveva abbattuto uno, l'altro era stato spacciato da M'ling.
Al ritorno poi si erano imbattuti in un gatto sordo nano zoppicante e sporco di sangue che, avendo tentato di assalirli, era stato ugualmente ucciso.
E che deducete da tutto questo? chiesi.
Scosse il capo e tracann un altro lungo sorso di cognac.
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CAPITOLO 18. SI RITROVA MOREAU.
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Quando vidi Montgomery ingollare una terza ed abbondante dose di liquore, intervenni. Era gi mezzo ubriaco. Gli dissi che Morean doveva essere in serio pericolo e che era nostro dovere di correre in suo aiuto. Sollev qualche banale obbiezione ma poi accondiscese. Prendemmo un po' di cibo e partimmo con M'ling.
A causa, senza dubbio, della mia tensione nervosa in quel momento, anche adesso quella partenza nel pomeriggio tropicale rimane nel mio spirito di una evidenza impressionante.
M'ling ci precedeva avanzando cautamente colla sua goffa andatura e spiando ai lati della strada. Era disarmato. La scure l'aveva persa durante la lotta cogli Uomini Porci.
Se si fosse trattato di combattere, solo i denti avrebbero potuto essere le sue armi.
Montgomery lo seguiva barcollando, le mani in tasca, il viso abbattuto, irritato contro di me per via del cognac. Io venivo ultimo, il braccio sinistro fasciato e legato al collo. La mia destra impugnava la rivoltella.
Ci dirigevamo, fra gli alberi, verso nord-ovest.
M'ling ad un tratto si ferm restando in ascolto.
Udimmo il rumore di voci e di passi che si avvicinavano.
 morto, disse una voce profonda.
Non  morto... non  morto, borbott un altra.
Abbiamo visto. Abbiamo visto, irruppero altre ancora tutte assieme.
Ol! grid improvvisamente Montgomery, chi  l!
Mi lasciai sfuggire un'imprecazione e strinsi la pistola.
Vi fu un momento di silenzio profondo. Poi, tutto intorno, una confusione indescrivibile.
Dalle piante sbucarono una mezza dozzina di faccie orribili. M'ling emise un grugnito feroce. Riconobbi l'Uomo Scimmia, i due mostri fasciati di bianco e il Grigio Banditore della Legge.
Ritorn il silenzio. Ci guardammo senza parlare. Poi Montgomery singhiozzando chiese:
Ma chi  morto? Chi avete detto che  morto?
L'uomo Scimmia volse confuso gli occhi verso il Banditore che rispose:
Lui  morto! Lui abbiamo visto morto!
Non vi era nulla di minaccioso nell'atteggiamento dei Mostri. Parevano sopratutto confusi e spaventati.
Dov' Lui? chiese ancora Montgomery.
Da questa parte, gli fu indicato.
Lui  morto! C' ancora la Legge? domand l'Uomo Scimmia.
C' ancora la Legge? ripet il mostro fasciato di bianco.
C' ancora la Legge, tu, l'Altro con lo scudiscio? disse il Banditore.
I mostri ci fissavano intensamente.
Prendick, disse Montgonmery volgendo verso di me i suoi occhi spenti,  morto, non c' dubbio.
Vidi tutto il pericolo della situazione, mi feci innanzi e proclamai a voce alta e sicura:
Lui non  morto! Figli della Legge, Lui non pu essere morto. Ha solo cambiato di forma. Per qualche tempo non lo vedrete pi.
Lui  l.... e levai la mano verso il cielo, da dove vi sorveglia. Non potete vederlo, ma Lui vi vede. Rispettate la Legge!
Li fissai arditamente. Sbigottirono.
Lui  grande. Lui  buono, grid l'Uomo Scimmia guardando paurosamente in s, fra il fogliame.
E l'altra cosa? domandai.
La Cosa che sanguina e che corre urlando  morta anch'essa, rispose il Banditore seguendomi con gli occhi.
 giustizia, brontol Montgomery.
L'altro con lo scudiscio... cominci il mostro grigio.
Ebbene? feci io.
...ha detto che  morto!
Montgomery non era per tanto ubriaco da non capire il mio gioco e conferm lentamente:
Non  morto affatto. Non  pi morto di me.
Alcuni, ripresi io, hanno trasgredita la Legge. Moriranno. Ne sono gi morti.
Mostrateci ora dove si trova il Suo corpo, il corpo che Lui ha abbandonato perch non ne aveva pi bisogno.
Da questa parte, Uomo che cammini nel mare, disse il mostro.
Procedemmo fra le felci in direzione nord-ovest guidati dagli Uomini Bestie. Ad un tratto ci fu dello strepito fra i rami, un urlo e un piccolo omuncolo rossiccio ci pass vicino in corsa precipitosa, lo seguiva un mostro feroce e sporco di sangue che piomb fra noi prima che potessimo evitarlo.
Il banditore scapp via, M'ling gli si avvent contro addentandolo. Montgonterv fu rovesciato. Io, passato il primo momento di smarrimento, ripresi il mio sangue freddo e gli sparai a bruciapelo fra gli occhi. Il mostro stramazz di colpo cadendo su Montgomery. Mi guardai d'intorno. Gli Uomini Bestie erano scomparsi.
Montgomery si rialz lentamente su di un fianco fissando confuso il mostro ucciso. Lo spettacolo gli fece dileguare per intero la sbornia e si rialz in piedi completamente rassicurato.
Il banditore riapparve fra gli alberi.
Guarda! dissi additandogli il cadavere, non  forse ancor viva la Legge? Non c' scampo per i suoi violatori!
A Lui, il fuoco che uccide, balbett il mostro colla sua voce profonda ripetendo un versetto del rituale e sbirciando l'ucciso.
Intanto gli altri Uomini Bestie si erano avvicinati silenziosamente. Rimasero attoniti per qualche tempo. Poi ci guidarono verso l'estremit occidentale dell'isola.
Trovammo prima il cadavere del puma, la testa fracassata da una palla. Poi, venti metri pi in l, quello di Moreau. Giaceva prono, la faccia contro terra. Una mano era quasi staccata dal polso. I capelli bianchi erano chiazzati di sangue. Il volto era stato orribilmente sfigurato dalle catene del puma. Le canne schiantate sotto di lui erano tutte insanguinate. Non ci fu possibile di trovare la rivoltella. Montgomery volt supino il corpo.
Riposandoci di tratto in tratto e aiutati dai sette bipedi che ci accompagnavano, perch il fardello era grande e pesante, riportammo il cadavere nel recinto.
Scendeva la notte. Due volte udimmo delle creature invisibili urlare e brontolare al passaggio del nostro breve corteo, e una volta il piccolo omuncolo rosa venne a spiarci fuggendo subito. Non fummo per attaccati. All'entrata del recinto i mostri ci lasciarono e M'ling se ne and con loro.
Ci chiudemmo dentro accuratamente e collocammo nel cortile, su di un ammasso di sterpi, il corpo di Moreau.
Poi, entrati nel laboratorio, vi uccidemmo tutto quello che conteneva di vivente.
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CAPITOLO 19. MONTGOMERY SI DIVERTE.
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Finito il lavoro pi urgente, Montgomery ed io ci recammo nella mia stanza e l intavolammo per la prima volta un serio esame della situazione.
Era quasi mezzanotte. Montgomery, per quanto libero dall'ubriacatura, si mostrava per ancora turbato. Era stato per tanto tempo sotto l'influsso della personalit di Moreau che la sua morte improvvisa, alla quale non aveva mai pensato, lo disorientava. Questa morte portava un profondo cambiamento in quelle che erano state le sue abitudini di dieci anni, le abitudini che erano diventate quasi una seconda natura. E logicamente ora si trovava smarrito. Parlava in modo vago, rispondeva mal volentieri alle mie domande, si perdeva nelle questioni generali che non portavano rimedio alcuno al nostro caso.
Questo mondo  idiota, diceva, come  cretino tutto quello che vi succede! Io non ho mai vissuto! E mi domando quando comincer. Ho passato sedici anni sotto la tirannide delle nutrici e dei professori, maltrattato e oppresso. Poi cinque anni di vita dura a Londra a studiar medicina; cinque anni di patimenti, di vizio, di degradazione. E infine commetto una stupidaggine ed eccomi scaraventato in questa isola maledetta. Dieci anni ho passato qui! E perch tutto questo? Come  stupida la vita, Prendick.
Non mi fu facile vincere queste divagazioni.
Tutto questo sta bene, avete ragione, gli dissi, ma non  quello che importa adesso... adesso dobbiamo trovare il modo di abbandonare questi luoghi maledetti.
Ma a cosa servirebbe l'andarsene? Io sono un reietto, un finito. Dove posso andare io? Il mondo civile pu ancora allettare voi, Prendick, ma io... Del resto possiamo abbandonare qui Moreau perch se lo spolpino le bestie? E, ancora, cosa ne sarebbe di tutte quelle creature che ci sono rimaste fedeli?
A questo penseremo domani. Intanto si potrebbe fare un braciere di sterpi e bruciare il suo corpo.
Ma che accadr del Popolo delle Bestie? Io non lo so.. Credo che tutti ritorneranno presto o tardi al loro stato di natura. E noi non possiamo ammazzarli tutti in massa, non possiamo, e anche le vostre idee di umanit dovrebbero impedirlo.
E fatalmente degenereranno, sono sicuro che degenereranno.
Continu ancora per un pezzo a parlare sconclusionatamente finch, persa la pazienza, lo interruppi.
Ma perdio, bestemmi a una mia frase un po' vivace, lasciatemi dire,... non capite che la situazione  ancora peggiore per me che per voi?
Si alz per andare a prendere dell'acquavite.
Bevete, mi disse ritornando, bevete, trinciatore di logica, santo ateo al calor bianco: bevete!
Rifiutai e mi sedetti osservando con occhio severo. Il suo volto si accendeva sotto la luce gialla della lampada a petrolio man mano che beveva. Ad ogni sorso la sua loquacit aumentava in modo compassionevole.
Mi prese una noia e un senso d'annientamento infinito. Il mio compagno aveva ora intrapresa una lagrimevole difesa delle bestie umanizzate in generale e di M'ling in particolare.
A sentir lui M'ling era il solo essere che gli aveva testimoniato qualche affetto.
Ad un tratto un'idea sembr illuminarlo.
Si alz barcollando, la bottiglia in mano. Per una miracolosa intuizione indovinai quello che stava per fare. Gli sbarrai la strada.
Non darete da bere a questa bestia, minacciai.
Bestia!... Bestia!... sarete voi! Lasciatemi, Prendick!
Per carit... supplicai.
Levatevi dai piedi! url levando il revolver.
Sta bene, concessi, e lo lasciai passare.
Avevo una tentazione folle di balzargli addosso, ma il pensiero del mio braccio ferito mi trattenne.
Spalanc la porta, si ferm dritto sulla soglia, fra la luce giallastra della lampada e il chiarore pallido della luna. I suoi occhi sembravano dei punti neri sotto il folto delle sopraciglia.
Siete una bestia, Prendick, balbett, un asino,... vi create delle paure fantastiche. Ormai siamo sull'orlo del precipizio. Domani dovremo fatalmente caderci dentro. Ma intanto, questa sera, voglio concedermi un po' di divertimento.
Usc al chiaro di luna chiamando:
M'ling.... M'ling... amico mio..!
Tre mostri si avanzarono lungo la riva.
Si fermarono in attitudine d'attesa. Vidi allora M'ling che strisciava lungo la palizzata del recinto.
Bevete! url Montgomery, bevete, bruti, Bevete e siate uomini! Io, io, ho del genio! Moreau non ci aveva pensato;  l'ultimo colpo di pollice, questo! Avanti, bevete!
Brandendo alta la bottiglia si mise a correre verso l'ovest seguito da M'ling e dai tre bruti.
Mi portai sulla porta. Il gruppo, ancora visibile nel chiarore della notte di luna, si ferm. Vidi Montgomery somministrare una dose di acquavite pura a M'ling e ben presto i cinque personaggi di questa scena ributtante non formarono pi che un ammasso informe.
Improvvisamente la voce di Montgomery grid: Cantate, cantate tutti in coro. Maledetto il vecchio Prendick. Benissimo, ancora: Maledetto il vecchio Prendick!
Il groviglio si distric e le cinque figure si allontanarono lanciando insulti al mio indirizzo e dando libero sfogo a tutte le altre manifestazioni dell'ubriachezza.
Lontano la voce di Montgomery grid:
Fianco destr! e il gruppo ripieg tra gli alberi cantando e urlando.
Lentamente, molto lentamente, si allontanarono finch non sentii pi i loro strepiti.
La notte, nella sua calma luminosa, mi circond, sola, di nuovo.
La luna aveva passato il meridiano e declinava ad ovest. Era nella sua fase massima e, in pieno splendore, sembrava navigare in un azzurro cielo vuoto. L'ombra del muro del recinto si stendeva ai miei piedi. Il mare, verso oriente, era di un grigiore perlaceo. La sabbia della riva, d'origine vulcanica, scintillava come una distesa di diamanti.
Chiuso l'uscio a chiave, m'inoltrai nel recinto.
In mezzo al cortile il corpo di Moreau giaceva fra le ultime sue vittime. Il viso pallido e massiccio conservava anche dopo la morte la sua impassibilit, gli occhi duri e freddi fissavano senza sguardo, in alto, la luna bianca. Sedetti su di un cumulo di legna e, guardando intensamente l'ammasso sinistro di luce argentea e di ombra lugubre che mi stava innanzi, ritornai quasi involontariamente col pensiero ai miei progetti di fuga. Al mattino avrei raccolto qualche provvista nel canotto e, dato fuoco al rogo sul quale giaceva il cadavere di Moreau, mi sarei ancora uva volta affidato alle onde. Sentivo che per Montgomery non vi era salvezza. Era ormai troppo vicino a quella accozzaglia di mostri per poter aspirare ancora alla societ umana. Non so quanto tempo durarono le mie riflessioni. Forse un'ora o poco pi. Furono interrotte dal ritorno di Montgomery nelle vicinanze.
Sulla riva si udiva ora lui continuo schiamazzo, un grido confuso di voci eccitate che andavano e venivano. Risuonavano dei colpi poderosi e un rumore di legname sfasciato. Poi si lev un canto discordante e stridulo.
Ricominciavo a pensare al modo di uscire incolume da tutti quegli avvenimenti preoccupanti. Mi alzai, presi la lampada, e mi avviai verso il magazzino dove avevo visto alcuni barilotti che volevo esaminare pi da vicino.
Alcune casse di galletta attirarono la mia attenzione. Ne aprii una. Mentre ero intento al mio lavoro, notai colla coda dell'occhio un riflesso rosso. Mi voltai di scatto. Dietro di me si stendeva il cortile. L'ammasso di legna e di sterpi sul quale riposavano Moreau e le sue vittime spiccava in rilievi di bianco e nero. Pareva che i corpi fossero aggrappati l'uno all'altro in un'ultima volont di vendetta.
La mia attenzione fu gli nuovo attratta da un bagliore sanguigno che sembrava avanzare, oscillare alzarsi sulla superficie del muro che mi stava davanti. Credetti ad un riflesso della mia lampada e ritornai al lavoro. Frugando in ogni dove trovai parecchie cose che mi sarebbero state utili. Le ammucchiai in un angolo proponendomi di caricarle sulla lancia l'indomani mattina. Ma non potevo aiutarmi che con un braccio solo e il mio lavoro era lento. Non avevo ancora finito che la luce del giorno mi sorprese. I canti, fuori, cedettero ad un clamore confuso che degener ben presto in un tumulto infernale. Grida di ancora! ancora! si inframmezzavano ad un baccano che aveva tutto il tono di una rissa.
Un urlo selvaggio attrasse la mia attenzione risvegliando la curiosit. Uscii fuori nel cortile e mi posi in ascolto. Un colpo di rivoltella risuon improvviso lacerando l'aria. Mi precipitai, attraverso alla mia camera, fino alla porticina esterna. Il rumore di alcune casse da imballaggio che franavano sul pavimento del magazzino fra un rumore di vetri rotti giunse fino a me ma non vi feci caso.
Spalancai l'uscio e guardai fuori. Sulla spiaggia, presso il riparo della scialuppa, divampava una fiammata che lanciava nugoli di scintille nella foschia dell'alba. Tutt'intorno si dibatteva una massa di figure nere. Montgomery url il mio nome. Impugnai la rivoltella e corsi verso il fal. Vidi una lingua di fuoco uscire rasente terra dalla canna dell'arma di Montgomery. Sparai in aria gridando con quanto fiato avevo.
Qualcuno url Il padrone! Il gruppo si sciolse subito disperdendosi. Il fuoco diede in un potente sinistro guizzo verso il cielo.
Gli Uomini Bestie, presi da un improvviso panico, fuggivano disordinatamente su per la spiaggia. Nella mia eccitazione sparai loro alle spalle mentre si dileguavano fra gli alberi. Poi mi voltai verso i pochi rimasti che si dibattevano ancora sul terreno.
Montgomery, supino, giaceva sotto il corpo del Banditore che, per quanto morto, lo stringeva ancora alla gola coi suoi artigli ricurvi. Vicino era disteso M'ling, perfettamente immobile, la carotide squarciata da una larga ferita, il pugno rattrappito intorno al collo della bottiglia rotta. Altri due bruti stavano vicino al fuoco gemendo e facendo sforzi inauditi per rialzarsi.
Afferrai il Banditore e lo trascinai lontano dal corpo di Montgomery. Nel lasciare la presa i suoi unghioni strapparono brandelli di carne e di stoffa.
Montgomery aveva la faccia nera e respirava appena. Gli spruzzai dell'acqua in viso e adagiai il suo capo sulla mia giacca ripiegata.
Poi mi occupai degli altri. M'ling era morto.
I mostri feriti presso il fuoco erano ridotti in uno stato cos compassionevole dalle bruciature dei tizzoni caduti loro addosso che credetti d'alleviare le sofferenze facendo saltar loro le cervella. Erano l'Uomo Lupo e uno degli Uomini Toro.
Ritornai presso Montgomery e mi inginocchiai al suo fianco maledicendo la mia ignoranza in medicina che non mi permetteva di portargli soccorso. Il fuoco si spense. Non rimasero che dei pezzi di legno carbonizzati che finivano di consumarsi fra la cenere grigia. Mi domandai dove Montgomery avesse potuto trovar tanto legname. L'alba era imminente. Il cielo si era fatto pi chiaro. La luna diventava sempre pi pallida e opaca nell'azzurro luminoso del giorno. Il cielo, a levante, rosseggiava. Dietro di me si fece udire un sibilo, subito seguito da uno scroscio. Voltomi a guardare, balzai in piedi terrorizzato. Dal recinto si alzavano alte colonne di fumo plumbeo attraversate da lingue di fuoco guizzanti.
Il tetto di stoppia si incendi. Le fiamme lambirono la paglia. Un gran getto di fuoco usc dalla finestra della mia camera.
Intuii subito quello che era accaduto ricordandomi del tonfo che avevo sentito quando mi ero precipitato fuori in aiuto di Montgomery. Avevo certamente rovesciata la lampada della quale mi ero servito nel magazzino. Disperai di salvare ancora qualcosa del recinto.
Il mio pensiero ritorn al progetto di fuga e guardai meccanicamente intorno sulla spiaggia per vedere i due battelli. Erano spariti! Due accette erano abbandonate in terra presso di me tra scheggie e trucioli mezzo bruciati dalle ultime propagini del fuoco.
Tutta l'orribile verit mi si present allora, chiara. Montgomery aveva distrutto l'unico mezzo che mi rimaneva per rientrare tra gli uomini. Si era vendicato di me in un modo atroce.
Fui prese da un violento accesso di rabbia.
Mi venne voglia di schiacciare quella testa pazza che giaceva inerte e impotente ai miei piedi. Ma una mano si mosse; e cos debolmente, con tanta pena, che in me la piet ebbe ragione dello sdegno. Montgomery emise un gemito e apr gli occhi. Mi inginocchiai e gli sollevai il capo. Il suo sguardo spento fissava l'alba nascente, poi si incontr col mio. Le palpebre gli si richiusero pesantemente.
Mi spiace, articol.
Sembrava tentare di pensare.
 lo scopo, mormor ancora,  il fine di questo mondo idiota. Che stupido pasticcio!...
Io ascoltavo. Il capo gli ricadde inerte su di una spalla. Pensai che qualche bevanda avrebbe potuto ridargli un po' di forze ma non avevo n la bevanda n il recipiente nel quale porgergliela.
Ad un tratto me lo sentii addosso pi pesante. Mi gel il cuore. Chino su di lui, cercai affannosamente il polso. Fermo. Era morto.
Mentre traeva l'ultimo respiro un lembo di sole sal alto verso oriente sormontando il promontorio della baia; fugando sul mare le tenebre e cingendo in un'aureola di luce il volto contratto di Montgomery.
Lasciai scivolare pian piano la testa sul guanciale che gli avevo apprestato e mi alzai. Davanti a me si stendeva tra mille luccichii il mare deserto, la spaventosa solitudine infinita della quale avevo gi tanto sofferto. Dietro mi guatava l'isola in una pace e un silenzio tutto insidie. Il recinto ardeva rumorosamente tra rapidi guizzi di fiamma, sinistri scricchiolii e tonfi sordi. Il fumo pesante si spingeva sulla foresta quasi rotolando basso basso sulle cime degli alberi nella direzione delle capanne.
Intorno a me erano i resti delle imbarcazioni carbonizzate e cinque cadaveri.
Dai cespugli uscirono tre Uomini bestie che vennero, esitanti, verso di me.
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CAPITOLO 20. SOLO COI MOSTRI.
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Li affrontai. Sentivo di andare incontro al mio destino. Ero solo, parzialmente immobilizzato, come armi non mi rimanevano che la rivoltella con tre sole cartuccie e le due scuri che avevano servito a sfasciare i battelli. Non potevo sperare in altro che nel mio coraggio. Guardai dritto in faccia ai mostri. Evitarono il mio sguardo e si diedero a fiutare i cadaveri colle narici palpitanti.
Avanzai di una mezza dozzina di passi, raccolsi la frusta imbrattata di sangue di sotto il corpo dell'Uomo Leopardo e la feci schioccare in aria.
Mi guardarono, stupiti.
Salutate! imposi con voce ferma, inchinatevi!
Esitarono. Uno pieg le ginocchia, poi gli altri due lo imitarono. Ripetei il comando, pi minaccioso ancora, e avanzai di qualche passo. I tre mostri caddero colla fronte contro terra. Voltai le spalle e, tenendoli sempre d'occhio, mossi verso i cadaveri.
Costoro hanno violata la Legge, sentenziai mettendo un piede sul corpo di M'ling, e sono morti. Anche il Banditore, anche l'Altro con la frusta hanno violata la Legge e sono stati uccisi. La Legge  grande. Guardate!
Non c' scampo, balbett uno dei tre sbirciando i cadaveri.
Non c' scampo, ripetei, perci ascoltate ed eseguite quello che comando.
Gli Uomini Bestie si alzarono guardandomi con aria interrogativa.
Raccolsi le accette e le infilai al mio braccio ferito poi, frugando Montgomery potei impossessarmi della sua rivoltella carica di due colpi e di una mezza dozzina di cartuccie.
Prendetelo, comandai rialzandomi e accennando con la frusta, prendetelo e buttatelo in mare.
Avanti, incalzavo io, pi avanti, pi lontano.
Quando l'acqua giunse loro alle ascelle, si fermarono guardandomi interrogativamente.
Lasciate andare, gridai.
Il colpo di Montgomery disparve con un tonfo. Un nodo di pianto mi serr alla gola.
Bene, dissi colla voce tremante, tornate!
I mostri ritornarono precipitosamente lasciando delle lunghe striscie scure nelle onde d'argento. Giunti alla riva si voltarono indietro fissando il mare come se si aspettassero di veder da un momento all'altro uscir fuori Montgomery a reclamar vendetta.
Ed ora, questi, comandai additando gli altri cadaveri.
I tre mostri si guardarono dall'entrare dove era stato gettato Montgomery. Trasportarono i corpi lungo la spiaggia di un centinaio di metri prima di scendere in acqua.
Stavo guardando il trasporto di M'ling quando un lieve frusco alle mie spalle mi fece voltare di scatto. L'enorme Porco Jena mi stava a circa dodici passi.
La testa china, gli occhi brillanti fissi su di me, i pugni chiusi e raccolti, le labbra contratte: questo  l'atteggiamento nel quale lo colsi voltandomi. E rest cos, solo i suoi occhi deviarono infastiditi dal mio sguardo.
Un momento rimanemmo immobili, di fronte. Poi io lasciai cadere lo scudiscio e impugnai la rivoltella. Ero fermamente deciso a uccidere al primo pretesto.
Quella bestia era la pi pericolosa che rimanesse ancora nell'isola. Avevo pi paura di lei che di tutti gli altri assieme. Sapevo che la sua vita era una continua minaccia alla mia. Ci vollero forse una dozzina di secondi prima che riprendessi il pieno possesso delle mie facolt. Gridai: Salutate, inchinatevi!
I denti del mio avversario brillarono in un ringhio feroce.
Chi siete voi perch debba...
Spianai la rivoltella e forse un po' troppo affrettatamente, feci fuoco.
Sentii un urlo. Il Porco Jena, scansatosi con un salto, aveva voltate le spalle e fuggiva. Avevo mancato il segno. Col pollice rialzai il cane dell'arma per il secondo colpo. Ma il mio nemico correva ormai lontano, balzando come un pazzo a destra e a sinistra. Ebbi paura di sbagliare ancora e non tirai.
Di tratto in tratto si voltava guardando nella mia direzione. Percorse obliquamente la spiaggia, poi scomparve fra le dense nuvole di fumo che si riversavano ancora dal recinto in fiamme.
Mi volsi ai miei mostri fedeli e feci loro segno di lasciar cadere il corpo che stavano portando. Mi avvicinai ai resti del fal e rimossi coi piedi la sabbia finch tutte le chiazze di sangue furono sparite. Licenziai i miei schiavi e mi inoltrai nel bosco. Tenevo la rivoltella in pugno, le scuri e la frusta appese al braccio. Avevo voglia di essere solo e tranquillo per potere meditare a mio agio sulla nuova e terribile situazione in cui mi trovavo.
Una cosa terribile, della quale cominciavo solo allora a rendermi conto, era che su tutta la superficie dell'isola non esisteva un posto sicuro dove mi potessi stendere per dormire e riposare. Da dopo il mio approdo avevo acquistato notevolmente in forza fisica e morale ma conservavo sempre un certo nervosismo e una tendenza alla disperazione davanti a problemi di difficile soluzione.
Sentivo che avrei dovuto traversare l'isola, rifugiarmi presso il popolo delle bestie, acquistarmi la loro confidenza. Ma me ne mancava il coraggio. Ritornai sui miei passi e, dirigendomi a levante, mi avviai verso un punto nel quale una sottile lingua di terra si spingeva in mare verso la scogliera. Mi sedetti, il dorso voltato al mare fissando la breve striscia di sabbia che ancora mi univa al pericolo. Il capo chino, il mento sulle ginocchia pensai a lungo al modo di continuare a vivere fino al momento di una problematica liberazione. Un terrore crescente mi prendeva il cervello. Cercai di esaminare la situazione con calma ma mi fu impossibile liberarmi da una specie di tremito convulso che mi impediva uno svolgimento logico di pensiero. I motivi della disperazione di Montgomery mi turbinavano in capo.
Degenereranno, aveva detto,  fatale che debbano degenerare.
E Moreau? Che cosa aveva detto Moreau?
Gli istinti della bestia prendono sempre in loro, giorno per giorno, il sopravvento.
Il mio pensiero ritorn al Porco Jena. Sentivo che se non avessi ammazzato quel bruto, lui avrebbe ucciso me... Il Banditore della legge era morto: altra grave sciagura. Inoltre le bestie sapevano che gli uomini dallo scudiscio potevano essere uccisi come loro, n pi n meno di loro. Ed ora non stavano forse spiandomi di tra gli alberi aspettando pazientemente il momento che fossi a portata di un loro balzo?
Congiuravano contro di me? Che aveva detto loro il Porco Jena? La mai fantasia correva e i miei timori, pi o meno immaginari, andavano aumentando in un modo spaventoso.
Il corso dei miei pensieri fu interrotto dallo stridio di alcuni uccelli marini in volo verso un oggetto nero che le onde avevano buttato sulla spiaggia di fronte al recinto.
Immaginai di cosa si trattava ma mi manc l'animo di sottrarlo alla voracit dei rapaci.
Mi incamminai dalla parte opposta lungo la spiaggia, col proposito di girare la punta orientale dell'isola e di raggiungere cos le capanne e il crepaccio senza affrontare i rischi di un'imboscata nella foresta. Avevo percorso forse un mezzo miglio quando uno dei miei tre mostri fedeli sbuc dai cespugli venendomi incontro.
In quel momento ero cos eccitato dal lavorio continuo della mia fantasia malata che estrassi senza indugio la rivoltella. E anche gli atteggiamenti pacifici del mostro non valsero a tranquillizzarmi. Mi veniva incontro esitante e timoroso con delle intenzioni evidentemente pacifiche.
Vattene! gridai.
C'era, nei suoi gesti di sottomissione, qualcosa che ricordava l'attitudine del cane. Si ritir di qualche passo, appunto come un cane scacciato, poi si ferm implorando con gli occhi.
Vattene, ripetei, non accostarti.
Non posso proprio venirvi vicino? supplic.
No! insistei, Vattene! e diedi mano alla frusta. Davanti alla minaccia il mostro se ne and senz'altro di dove era venuto.
Cos solo, continuai il cammino. Arrivato al burrone mi nascosi tra le canne e mi diedi a studiare alcuni Uomini Bestie che vi si trovavano, nella speranza di poter sapere quale impressione aveva prodotto su di loro la Morte di Moreau e di Montgomery e la distruzione della Casa dei Dolore. Solo ora mi rendo conto del non senso dei miei timori e della mia codardia. Se allo spuntar dell'alba avessi avuto tanto coraggio da impedire ai mostri di avventurarsi in troppo pericolosi ragionamenti, non mi sarebbe stato difficile di occupare il posto di Moreau e di governare a mio talento il popolo delle Bestie.
Ma ormai l'occasione era persa e mi dovevo rassegnare ad essere il capo dei miei compagni invece di essere il dio di servi devoti. Verso mezzogiorno arrivarono altri mostri e tutti si accosciarono sulla sabbia calda per scaldarsi. La fame e la sete ebbero alfine ragione della mia paura. Uscii dal nascondiglio e mi avvicinai, la rivoltella in pugno. I mostri mi guardarono appena e non fecero neanche il minimo cenno di saluto. Mi sentivo troppo debole e stanco per esigerlo da un gruppo cos numeroso. Lasciai correre.
Ho bisogno di cibo, dissi accostandomi ancora con un'aria quasi di scusa.
Vi  da mangiare nelle capanne, rispose il Porco Bue senza guardarmi.
Proseguii passando davanti al gruppo e scesi fra le tenebre del burrone. In una capanna vuota trovai della frutta e ne mangiai.
Poi disposi dei rami attraverso l'ingresso e mi sdraiai per terra, la rivoltella in pugno, la faccia rivolta verso l'entrata. La fatica delle ultime trenta ore reclam i suoi diritti e mi lasciai prendere da un leggero assopimento, sicuro che la mia fragile barricata avrebbe fatto un rumore sufficiente a svegliarmi in caso di pericolo.
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CAPITOLO 21. IL REGRESSO DEI MOSTRI.
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Cos diventai anch'io un essere qualunque in mezzo agli animali umanizzati nell'isola del dottor Moreau. Quando mi svegliai tutto era ancora nella tenebre intorno a me. Il braccio mi faceva male. Mi posi a sedere domandandomi a tutta prima dove mai potevo essere. Sentii, di fuori, delle voci rauche borbottare e mi accorsi che la mia barricata non esisteva pi. L'entrata della caverna era libera. Il revolver era ancora a portata di mano.
Sentii il rumore di una respirazione affrettata e vidi un essere sdraiato vicinissimo a me. Trattenni il fiato e cercai di indovinare chi fosse. Cominci a muoversi con una lentezza esasperante. Qualcosa di umido e caldo sfior la mia mano. Tutti i miei muscoli si contrassero. Ritirai in fretta la mano e mi sfugg un grido di terrore subito soffocato. Appoggiai le dita sul grilletto della rivoltella e interrogai forte:
Chi va l?
Io, padrone.
Chi, tu?
Loro dicono che non vi  pi Padrone, ma io lo so. Io ho trasportato i corpi, Uomo che cammina nel mare, i corpi di quelli che avete uccisi. Sono il vostro schiavo, Padrone!
Sei quello che ho incontrato sulla spiaggia?
S, Padrone.
Mi rassicurai. Il mostro mi era decisamente fedele. Avrebbe potuto assalirmi nel sonno senza pericolo.
Benissimo dissi tendendo la mano perch me la baciasse, dove sono gli altri? Riprendevo coraggio.
Sono pazzi, Padrone, sono pazzi. Confabulano qui fuori. Dicono: Il padrone  morto, l'altro con la frusta  morto. L'Uomo che cammina nel mare  uguale a noi. Non c' pi Padrone, non c' pi frusta, non c' pi Casa del Dolore.  finita. Noi amiamo la Legge e la rispettiamo. Ma per sempre non vi sar pi Padrone, non vi sar pi frusta, non vi sar pi Casa del Dolore. Dicono cos. Ma sono pazzi. Sono pazzi. Io lo so, io lo so.
Vincendo un violento senso di ripugnanza, accarezzai la testa dell'Uomo cane che continu:
Ma voi, voi fra poco li ammazzerete tutti.
Fra poco, confermai, quando si saranno verificati certi avvenimenti, li uccider tutti, salvo quelli che vorrai risparmiare tu; tutti, fino all'ultimo.
Il Padrone uccide chi vuol uccidere, mormor visibilmente soddisfatto il mio amico.
I loro peccati aumenteranno, dissi, lasciamoli dunque vivere nella folla fino a quando non suoner la loro ora. Non dire che io sono il Padrone.
La volont del Padrone  lieve, disse l'Uomo Cane con ubbidiente prontezza.
Ma uno ha peccato pi di tutti. E quello lo uccider, subito, appena mi sar possibile incontrarlo. Quando te lo indicher, saltagli addosso senz'altro. E adesso rechiamoci presso i tuoi compagni.
L'Uomo Cane usc e l'ingresso fu per un momento ostruito dal suo corpo. Uscii anch'io e mi fermai nel punto in cui avevo sentito Moreau e il suo mastino occupati nel mio inseguimento. Era ormai giunta la sera. Nel burrone le tenebre avanzavano veloci. Sul declivio ancora rischiarato dagli ultimi raggi di sole, un fuoco ardeva intorno al quale si muovevano delle grosse figure grottesche. Pi in l si stendeva la linea cupa dei primi alberi della foresta. La luna apparve all'estremit del burrone. Le spire di vapore che scaturivano perennemente dai vulcanetti dell'isola, la rigavano come sbarre che le attraversavano il volto.
Cammina vicino a me, dissi al mio amico facendomi forza e vincendo tutte le angoscie entrate in me con l'oscurit.
Camminammo spalla a spalla lungo lo stretto sentiero non facendo che scarsa attenzione ai mostri che ci spiavano dalle caverne.
Nessuno di quelli che stavano intorto al fuoco mi salut. Molti ostentarono una indifferenza completa.
Mi guardai intorno cercando il Porco Jena ma non lo vidi. Gli Uomini Bestie erano circa una ventina. Stavano seduti in cerchio fissando le fiamme e conversando pacificamente fra di loro.
Lui,  morto,  morto, il Padrone  morto, disse la voce dell'Uomo Scimmia alla mia destra. La Casa del Dolore  scomparsa. Non c' pi Casa del Dolore.
Lui non  Morto, gridai, non  morto. Anche in questo momento Lui ci vede.
Queste parole li impressionarono. Venti paia di occhi ci fissarono.
La Casa del Dolore  sparita,  vero, ma ritorner, continuai. Voi non vedete il Padrone ma egli ci sta ascoltando dall'alto.
Vero, vero, disse l'Uomo Cane.
Davanti alla mia sicurezza i mostri titubavano. Un animale pu essere feroce e astuto. Ma per ben mentire, non c' che l'uomo.
L'Uomo che cammina nel mare dice una cosa strana, osserv uno degli Uomini Bestie.
E io vi assicuro che  cos. Il Padrone e la Casa del Dolore risorgeranno. Guai a colui che viola la legge.
Affettando un'indifferenza che non sentivo mi misi a battere il terreno coll'accetta. Mi accorsi che i mostri fissavano con una certa curiosit mista di timore le profonde incisioni che l'arma produceva nelle zolle erbose.
Il Satiro sollev un'obbiezione. E cos un altro mostro. Risposi a tutti e due. Cos, in breve, intorno al fuoco, sorse un'animata discussione. Ogni istante che passava mi rendeva pi fidente nella mia sicurezza. Parlavo ormai senz'ansia, privo completamente dei timori che mi avevano in principio turbato. In un'ora convinsi parecchi mostri della verit delle mie asserzioni e feci sorgere il dubbio in molti altri. Guardai ancora intorno nella speranza di vedere il mio nemico, il Porco Jena, ma non mi riusc di scoprirlo. A tratti un movimento sospetto mi faceva sussultare, ma poi la pi completa fiducia aveva sempre il sopravvento in me.
Quando la luna cominci a declinare allontanandosi dallo zenith, i mostri dimostrarono la loro stanchezza con larghi sbadigli che mettevano in mostra le pi strane forme di denti. Poi, alla spicciolata, si ritirarono verso le capanne.
Io, temendo il silenzio e le tenebre, li seguii, convinto che correvo meno pericolo con parecchi di loro che con uno solo.
Cos cominci il periodo pi lungo del mio soggiorno nell'isola del Dottor Moreau.
Da quella notte fino al momento della liberazione non vi fu che un avvenimento degno di qualche importanza se si trascurano i mille particolari che contribuirono ad aumentare la mia irritazione e il mio disagio. Preferisco dunque tacere di quel lungo lasso di tempo e fermarmi solo su di un fatto gravissimo, il solo dei lunghi dieci mesi trascorsi col popolo dei mostri dopo la morte di Montgomery. Vi sono parecchie cose, molte impressioni che pagherei non so cosa per poter dimenticare, ma non giovano al racconto, quindi le trascuro. Ma, ritornando all'argomento, mi fa ancora maraviglia la facilit con la quale mi abituai ai Mostri e alle loro maniere. Non mi mancarono certo delle fiere lotte da sostenere, e potrei mostrarne ancora i segni, ma ben presto potei dominare quel popolo di bruti merc la mia abilit nel lanciar pietre e nel manovrar la scure e lo staffile. Mi fu anche di molto aiuto l'amicizia dell'Uomo Cane. Dovetti presto convincermi che il rispetto dei miei nemici era direttamente proporzionale all'entit delle ferite che ero in grado di produr loro.
Cos acquistai ben presto una specie di superiorit. Solo un mostro o due che, in parecchie risse, avevo potuto conciare malamente, mi serbavano rancore. Ma il loro dispetto non lo sfogavano che a distanza, fuori portata dalle mie pietre, con delle smorfie del tutto innocue.
Il Porco Jena mi evitava con cura e io lo sorvegliavo pi che mi era possibile. Anche l'Uomo Cane l'odiava e lo temeva insieme. Credo anzi che in questo timore stesse una delle ragioni del suo attaccamento a me. Ben presto mi accorsi che il mio nemico aveva assaporato il sangue seguendo l'esempio dell'Uomo Leopardo. Si costru un covo nella foresta e si fece solitario. Una volta tentai di indurre il Popolo delle Bestie a dargli la caccia, ma mancai di autorit e risoluzione e il mio progetto fall. Cercai anche di avvicinarmi alla sua tana per coglierlo alla sprovvista ma stava in guardia e riusc sempre ad evitare i miei tentativi. D'altra parte per me e per tutti i Mostri era diventato un vero pericolo e non potevamo ormai pi attraversare il bosco senza temere un agguato.
Durante tutto il primo mese il Popolo delle Bestie conserv ancora parecchio della sua umanit e mi sopport con un discreto buon volere, tanto che per qualche mostro cominciai a concepire anch'io una specie di amichevole benevolenza. Specialmente la piccola creatura rossa tardigrada mi dimostrava affetto e cominci a seguirmi ovunque.
Ma l'Uomo Scimmia mi irritava. Prendendo pretesto dal fatto che aveva cinque dita come me, pretendeva di essere un mio simile, e continuava a gironzolarmi d'attorno spiattellandomi le pi strampalate assurdit. Mi divertiva per la sua mana di coniare parole nuove. Era convinto, credo, che la parola dovesse solo servire ai suoi discorsi senza senso che chiamava grandi pensieri per distinguerli dai piccoli pensieri che dovevano essere, secondo lui, tutto quanto concerneva le cose utili all'esistenza quotidiana.
Se io per caso dicevo qualche cosa che non capiva, l'apprezzava moltissimo, mi pregava di ripeterla, l'imparava a memoria poi se ne andava a ricantarla con molto sussiego ai compagni che credeva pi degni della sua confidenza.
Disprezzava il semplice e il comprensibile. Per accontentarlo, inventai per suo uso e consumo, alcuni grandi pensieri molto curiosi.
Credo sia stata la creatura pi stupida che abbia mai incontrato. Si era sviluppata in lei in modo straordinario l'idiozia propria dell'uomo senza perder niente della melensaggine della scimmia.
Le cose che ho raccontate si produssero nella prima settimana del mio soggiorno fra i bruti. Durante questo periodo rispettarono la Legge e mantennero un contegno decente. Una sola volta trovai un coniglio sbranato credo dal Porco Jena. Ma fu tutto qui.
A maggio cominciai a notare nelle bestie delle differenze nel linguaggio e nel portamento, una maggiore grossolanit d'articolazione e una tendenza sempre pi accentuata a perdere l'abitudine della parola. Il cicaleggio del mio Uomo Scimmia si fece pi continuo, ma sempre pi scimmiesco, meno comprensibile.
Altri persero del tutto l'uso del loro gi misero vocabolario per quanto comprendessero ancora le mie parole.
Immaginate di sentire un linguaggio, che avete conosciuto preciso e definito, afflosciarsi e disgregarsi, perdere sostanza e forma, diventare una semplice sequela di suoni frammentari.
Cominciavano anche a camminare in posizione eretta con sempre maggior difficolt. Quantunque provassero un'evidente vergogna di se stessi, di tratto in tratto li sorprendevo a correre sui quattro arti addirittura incapaci di riprendere la posizione verticale. Le mani perdevano sempre pi la facolt prensile, bevevano aspirando, e di giorno in giorno si facevano pi bestie. Le previsioni di Moreau si avveravano. L'ostinato istinto bestiale aveva il sopravvento, la degenerazione era incominciata. Alcuni, e specialmente le femmine, trascuravano ormai i dettami della decenza. Altri tentavano anche palesemente di violare l'istituto della monogamia. La Legge perdeva terreno. Anche l'Uomo Cane ritornava grado grado alla bestialit completa: diventava muto, camminava sui quattro arti e andava coprendosi di pelo, senza per altro che mi accorgessi della differenza che era passata fra il compagno che mi marciava a fianco e il cane sospettoso che ora mi precedeva o mi seguiva. Il disordine e la disorganizzazione crebbero. Le capanne diventarono inabitabili e fui costretto a costruirmi un riparo di rami e di foglie sulle rovine del recinto.
Qualche vago ricordo del dolore soffertovi rendeva ancora quel luogo di qualche sicurezza per me. Mi  impossibile di seguire passo passo il regresso dei mostri. Persero l'aspetto umano, rinunciarono ad ogni parvenza di vestito, si coprirono di pelo, le loro fronti divennero basse, i loro volti prominenti. Il ricordo della mia famigliarit con loro dei primi mesi mi faceva vergogna.
Il cambiamento era lento e inevitabile. Ma si produsse senza scosse sensibili n per loro n per me. Potevo ancora mescolarmi coi mostri senza pericolo ma temevo sempre pi l'urto, l'occasione, l'avvenimento che avrebbe segnato il loro passaggio alla completa animalit. Il mio Uomo Cane mi aveva seguito al recinto e alla sua vigilanza dovetti qualche ora di sonno in una tranquillit quasi assoluta. La piccola creatura rossa tardigrada mi abbandon per ritornare alla sua vita di natura fra i rami e le piante.
Eravamo esattamente nello stato in cui si troverebbe una di quelle gabbie popolate di bestie diverse che esibiscono a volte i domatori, quando il domatore l'avesse abbandonata.
Nondimeno i bruti non divennero bestie nel senso che il lettore potrebbe immaginare. Ma conservarono sempre in loro qualcosa di strano, di indefinibile. Dalla fusione di Moreau di due animali diversi derivavano caratteri specifici di una bestia mescolati per ad alcuni di un'altra. Una specie di animalismo generalizzato affiorava sui caratteri distintivi e specifici. A tutto questo si aggiungano dei resti di umanit: un ritorno passeggero dell'uso della parola, un tentativo disgraziato di assumere la posizione verticale.
Anch'io dovevo essere molto cambiato.
Gli abiti erano in brandelli e mostravano nudit abbronzate dal sole. I capelli incolti mi erano cresciuti molto e mi dicono che anche ora i miei occhi conservano balenii strani, improvvisi scatti di vivacit e di sospetto.
Trascorrevo lunghe ore sulla spiaggia nella speranza di avvistare qualche nave. Facevo anche assegnamento sul ritorno dell'Ipecacuanha ma questo mio desiderio fu sempre deluso.
Vidi cinque volte delle vele, tre volte del fumo ma nessuno si accorse di me. Tenevo sempre pronto un fal che credo per fosse sempre scambiato per un fenomeno naturale data la fama di vulcanica che godeva l'isola.
Solo verso settembre o ottobre cominciai a pensare seriamente a costruirmi una zattera. Il mio braccio era completamente guarito, ero in piena efficenza fisica e potevo aver qualche speranza di riuscita. Ma non avevo mai in vita mia fatti lavori di carpentiere e per impratichirmi passai giornate intere nel bosco a tagliar piante e a legar tronchi. Non avevo funi. Le liane non erano abbastanza robuste e flessibili e non vedevo come avrei potuto renderle tali.
Per quindici giorni frugai fra le rovine del recinto per raccogliere chiodi ed altri rottami metallici che potessero servirmi.
Qualche Uomo Bestia mi osservava a volte fuggendo subito appena tentavo di avvicinarlo.
Sopravvenne un lungo periodo di temporali e di pioggie che ritardarono di molto il mio lavoro, ma alfine anche la zattera fu terminata. Ne fui contentissimo. Disgraziatamente, con la totale mancanza di senso pratico che mi ha sempre distinto, l'avevo costruita a circa un miglio dalla spiaggia, e quando, dopo immani fatiche, l'ebbi trascinata alla riva del mare, era gi in pezzi. Forse il non potermi imbarcare subito fu la mia fortuna, ma sul momento la disperazione per l'insuccesso fu talmente grande che per alcuni giorni non potei far altro che contemplare istupidito i resti delle mie fatiche rimuginando pensieri di morte.
Ma presto si produsse un avvenimento che mi illumin sulla follia di passare tanti giorni cos inattivo. Ogni giorno nasceva gravido di un pericolo maggiore per me da parte degli Uomini Bestie.
Una mattina stavo sdraiato all'ombra del muro del recinto, gli occhi volti al mare quando una specie di solleticho sotto la pianta dei piedi mi scosse. La piccola creatura rossa tardigrada stava presso di me e mi fissava in volto.
Da molto tempo questo mostriciattolo aveva perduto l'uso della parola, il suo pelo si era ingrossato e infoltito, gli artigli si erano fatti pi lunghi ed aguzzi.
Quando si accorse di aver attratto la mia attenzione emise una specie di gemito, cammin per un tratto verso la boscaglia poi si volse come per invitarmi a seguirlo.
A tutta prima non compresi ma poi le sue intenzioni mi apparvero chiare e lo seguii lentamente affranto dalla caldura.
Appena fra gli alberi la mia guida si arrampic fra i rami perch poteva procedervi pi agevolmente che sul terreno.
D'improvviso, in un luogo tutto calpestato, mi si par davanti un orrendo spettacolo.
Il mio Uomo cane giaceva morto sul suolo: vicino il Porco Jena che gli aveva piantato gli unghioni nella carne e se lo stava sbranando ancor caldo emettendo brontolii di soddisfazione.
Al mio avvicinarsi, il mostro lev minacciosamente gli occhi fissandomi, contrasse le labbra mostrando i denti grondanti di sangue ed emise un grugnito ostile
Ogni residuo di paura o di vergogna era scomparso in me. Non avevo pi davanti una specie di uomo ma una vera belva. Avanzai di qualche passo ed estrassi la rivoltella. Il bruto non accenn neanche a fuggire Ma le sue orecchie si rizzarono, il pelo si arruff, il corpo si raccolse tutto, pronto allo slancio. Mirai fra gli occhi e feci fuoco. Nello stesso momento la bestia si era slanciata. Batt le zampe in aria poi cadde con un tonfo su di me rovesciandomi e coprendomi col suo peso morto. Mi levai a fatica di sotto al suo corpo, guardandola dibattersi ancora ai miei piedi. Un pericolo era eliminato. Ma non mi illudevo, sapevo che quello non era che il primo di una serie di casi simili.
Su di un rogo di sterpi bruciai i due corpi. Per la prima volta mi apparve chiaro che l'abbandonare subito l'isola era per me quistione di vita o di morte.
A quel tempo le Bestie avevano ormai definitivamente abbandonate le capanne e si erano costruite, ognuna per conto proprio, delle tane nel bosco. Poche si facevano vedere di giorno; la maggior parte dormivano per uscire in cerca di preda la notte quando l'aria echeggiava di richiami ed ululati terribili.
Ebbi per un momento l'idea di distruggerle tutte con delle trappole e son sicuro che se avessi avuto cartucce sufficienti ne avrei fatto un massacro.
I carnivori pericolosi non erano pi che una ventina. Quelli maggiormente audaci erano gi morti.
Dal giorno della morte dell'Uomo Cane, il mio ultimo amico in quell'isola maledetta, adottai anch'io la tattica di riposarmi di giorno per poter vegliare di notte. Costruii un rifugio pi solido addossato al muro del recinto e vi praticai un ingresso tanto stretto che chiunque avesse voluto entrarvi sarebbe stato costretto a far molto rumore.
I mostri avevano anche dimenticato il modo di accendere il fuoco e cominciavano a riaverne paura.
Per la seconda volta mi accinsi alacremente al lavoro per riunire i tronchi e i rami che mi avrebbero servito a costruire un'altra zattera. Incontrai minori difficolt.
Per quanto uomo di scarsissima esperienza pratica, gli errori e le manchevolezze riscontrate la volta precedente mi avevano sufficientemente istruito, e la mia nuova zattera riusc molto pi solida e completa.
Mi mancava per, ed era uno dei maggiori ostacoli, un recipiente in cui contenere l'acqua che mi sarebbe stata indispensabile in caso di un viaggio lungo sulla zattera. Avrei certamente tentata anche l'arte del vasaio se l'isola non fosse stata completamente sprovvista di argilla. Vagai cos per parecchi giorni in cerca di una soluzione del problema. A volte, vedendo l'inutilit dei miei sforzi, mi abbandonavo a eccessi terribili di furore nei quali distruggevo tutto quello che mi capitava sottomano. Ma non riuscii a venir a capo di nulla.
Poco tempo dopo un'alba radiosa fugando le tenebre, uni mostr una vela verso sud-est, una piccola vela bianca che dalla forma attribuii ad una goletta. Accesi subito il fal che tenevo sempre pronto ed aspettai. Passai una giornata intera ad osservare le bordate dell'imbarcazione. Dimenticai di mangiare, di bere, di riposarmi, dimenticai tutto il popolo delle Bestie, tutti i tormenti del mio recente passato per vivere solo di quella speranza.
La vela era ancora distante quando sopraggiunse l'oscurit a nascondermela.
Lavorai tutta la notte ad alimentare il fuoco. Gli occhi dei Mostri brillavano nelle tenebre intorno a me fissandomi con meraviglia. All'alba il mio battello si era di molto avvicinato. Guardai intensamente e credetti ad uno scherzo dei miei occhi stanchi dal troppo lungo vegliare. Nell'imbarcazione, che era piuttosto piccola, stavano due uomini seduti l'uno a prua, l'altro al timone e completamente immobili. Inoltre il battello non navigava in modo di pigliare il vento ma sembrava piuttosto seguire un filo di corrente che lo portava alla deriva. Il giorno si fece pi chiaro, mi tolsi l'ultimo resto della mia giubba e lo sventolai disperatamente. Ma gli uomini non mi vedevano e restavano imperterriti ai loro posti. Scesi fin sull'orlo dell'acqua gesticolando e gridando. Non ebbi risposta alcuna. L'imbarcazione prosegu il suo cammino sbandando a tratti e dirigendosi con un moto lento, lentissimo, verso la baia. Improvvisamente un grande albatros usc dal battello. Nessuno dei due uomini parve accorgersene.
Smisi di gridare, mi sedetti per terra e seguii con gli occhi il tragitto della barca che si spingeva verso occidente. Avrei voluto gettarmi a nuoto per raggiungerla ma un indefinibile timore mi trattenne. Nel pomeriggio le onde la gettarono in secca a circa un centinaio di metri ad ovest del recinto. Gli uomini di bordo erano morti e morti, si vede, da parecchio tempo perch appena tentai di trarli fuori le loro membra mi si disfecero fra le mani. Uno aveva ancora una ciocca di capelli rossi come quelli del capitano dell'Ipecacuanha. Un berretto bianco sudicio giaceva sul fondo della barca. Mentre stavo esaminando il lugubre carico, tre mostri uscirono dalla foresta e grugnirono minacciosi verso di me. Irritato, spinsi lo schifo in acqua e mi imbarcai. I mostri, due Uomini Lupi e l'Orso Toro si avvicinarono ai cadaveri guardandosi di traverso e ringhiando l'uno contro l'altro. Alla ripugnanza successe in me un sentimento tristo d'orrore e di bile impotente. Volsi le spalle, ammainai la vela e mi diedi a remare verso il largo senza avere il coraggio di guardare indietro. Per tutta la notte bordeggiai fra gli scogli e l'isola. La mattina dopo costeggiai fino al fiume e scesi a terra per riempire il barilotto vuoto che avevo trovato a bordo.
Raccolsi anche una certa quantit di frutta e sacrificai le mie tre ultime cartucce per uccidere due conigli.
Caricai il tutto sulla barca e issai la vela.
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CAPITOLO 22. L'UOMO SOLO.
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Per tutto il giorno incrociai nelle acque dell'isola. Solo verso sera, spinto in poppa da un fresco vento, puntai decisamente verso l'alto mare. L'isola si fece sempre pi piccola ed ad un certo punto non vidi pi che una sottile colonna di fumo levarsi contro il cielo infuocato dal tramonto. Poi la luce del giorno and come dileguandosi nel cielo. La notte mi inghiott. Sul mio capo splendettero le stelle. Il mare tranquillo, la notte silenziosa, mi trovai pi solo.
Per tre giorni e tre notti navigai alla ventura. Consumavo parcamente i miei viveri e passavo il mio tempo pensando ai casi miei senza un gran desiderio di tornare fra la civilt degli uomini. Non mi erano rimasti indosso che pochi cenci. I miei capelli incolti formavano una massa nera intricata. Chi mi avesse visto in quel momento mi avrebbe creduto senza dubbio un pazzo.
Ed era anche, questa, l'impressione che avrei dato ai miei salvatori. Ho gi detto che non sentivo desiderio alcuno di ritornare nella grande famiglia umana. Se vi era della soddisfazione in me era solo per essere finalmente riuscito a liberarmi dal Popolo delle Bestie.
Allo spirare dei tre giorni fui raccolto da un brigantino che faceva rotta da Apia a San Francisco. N il capitano n il secondo prestarono fede al racconto delle mie avventure e credo fossero convinti che la solitudine e il pericolo mi avessero fatto smarrire la ragione.
Per conto mio, temendo che la loro opinione potesse venire condivisa da altri mi trattenni d'allora in poi di narrare le mie peripezie e feci giuramento a me stesso di tacer tutto quanto mi era accaduto nello spazio di un anno dal naufragio della Lady Vain al momento del mio salvataggio.
Dovetti anche agire colla massima circospezione perch la fama di pazzo, creatami dagli ufficiali di bordo, non dilagasse troppo. Ma il ricordo della Legge, dei due marinai morti divorati dai mostri, del corpo di Moreau nel canneto, mi ossessionava e, per quanto possa sembrare illogico, il mio ritorno fra gli uomini non mi dava quel senso di sicurezza e di pace che mi ero ripromesso. Piuttosto aumentava in me lo spavento e l'incertezza del mio soggiorno nell'isola. Nessuno mi credeva. Mi sentivo, ora, estraneo agli uomini, quasi quanto lo ero stato, nell'isola, ai mostri. Mi tormentava anche il dubbio (ed era l'unica giustificazione possibile a questo fatto) di aver assimilata qualche po' della natura selvaggia dei miei compagni di lavoro.
Si dice che il terrore  una malattia. Se  vero io fui dominato per parecchi anni ancora da questa malattia che aveva anche molti punti di contatto col senso di isolamento di una creatura selvaggia in mezzo alla pi moderna civilt alla quale non pu partecipare e che non capisce.
E i miei timori, i miei turbamenti assumevano delle forme stranissime. Non riuscivo a persuadermi, per esempio, che le donne e gli uomini che incontravo, fossero diversi dal Popolo delle Bestie. Ed ero convinto che presto o tardi anche loro avrebbero cominciato a degenerare ritornando alla pi completa animalit.
Finalmente mi decisi ad affidarmi ad un notissimo specialista di malattie nervose che aveva conosciuto Moreau e che pareva credesse alla mia storia. Il suo aiuto mi fu di grande giovamento. Ma anche ora, per quanto abbia lunghi intervalli di una completa tranquillit, non spero ormai pi di liberarmi dal terrore dell'isola. Vi sono ancora momenti in cui un ricordo debole, una nube lontana fanno risorgere in me tutto il terribile passato. E allora mi guardo intorno atterrito e scruto in volto i miei simili. Vedo faccie ilari, faccie cupe, irresolute, perfide. Non trovo un volto che abbia la calma compostezza di un'anima serena e ragionante. Temo che in tutta la gente l'animalit stia per avere il sopravvento, temo di dover assistere, su una scala immensamente pi vasta, alla degenerazione degli isolani. So che  un'illusione; che ho intorno uomini e donne che saranno tali per sempre, uomini e donne perfettamente ragionevoli, liberi da bassi istinti, non vincolati da nessuna Legge fantastica; pure li temo, temo i loro sguardi curiosi, le loro domande, il loro interessamento. Desidero di essere lontano e solo. Per questo abito sul bordo di una vasta pianura disabitata dove posso trovar rifugio nei momenti di sconforto quando tutta quella solitudine di terra e di cielo spazzata dal vento diventa la mia gioia. Quando abitavo a Londra l'esistenza mi era insopportabile. Non potevo liberarmi dagli uomini. La loro voce veniva a me insinuandosi attraverso agli usci e alle finestre sbarrate; baluardi troppo deboli per il mio spavento. Se uscivo per le strade tentando di vincermi, le donne in cerca della vita di un giorno mi circondavano sorridenti e infide, gli uomini mi spiavano passandomi accanto a passi solleciti, vecchi, curvi e inebetiti, procedevano brontolando senza curarsi del codazzo di monelli che li oltraggiavano. Allora, atterrito, mi rifugiavo in una chiesa e, anche qui, mi sembrava che il predicatore parlasse di grandi pensieri inconcludenti e stupidi come quelli dell'Uomo Scimmia. Se entravo in una biblioteca, gli studiosi curvi sui manuali mi davano l'impressione di belve raccolte in attesa della preda. Mi disgustavano le facce inespressive degli uomini sui treni e negli omnibus. Non mi sembravano esseri viventi ma cadaveri. Cercavo perci di non viaggiare mai a meno d'essere sicuro di trovarmi solo. In certi momenti giungevo fino a dubitare della mia stessa ragionevolezza e mi vedevo anch'io animale, solo differente dagli altri per una strana malattia che mi devastava il cervello.
Ma tutte queste ossessioni, grazie al cielo, mi capitano ora di rado. Mi sono liberato dalla citt e dalla folla e passo le mie ore sui libri, luminose finestre nella notte della vita. Vedo pochi estranei ed ho una modestissima casa tutta mia. Mi sono dedicato alla chimica e all'astronomia.
Lo studio del cielo mi d un senso di pace e di protezione infinite. E poi  nelle vaste ed eterne leggi della materia e dei mondi che tutto quello che non  animalit in noi deve trovare il suo conforto e la sua speranza. Questo io credo fermamente per avere ancora una ragione di vita.
E, cos, nella fede e nella solitudine, pongo termine al lungo racconto della mia brutta storia.
...
Edoardo Prendick.
...
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...
FINE.